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le coniugazioni suffisse
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I – note introduttive La caratteristica fondamentale di
queste coniugazioni consiste nel
fatto che le varie forme verbali sono unite a dei pronomi suffissi. Sulla
base di ciò si riporta qui di seguito la classificazione delle stesse,
così come schematizzate dallo Allen: sei categorie della forma sDm.f :[il congiuntivo, il perfettivo,
l’imperfettivo, il prospettivo attivo, il prospettivo passivo, il
passivo]; quattro forme con infisso (cioè particelle tra la radice del
verbo ed il suffisso): (il perfetto –la forma sDm.jn.f-
la forma sDm.xr
.f – la
forma sDm.k3.f );
infine la forma particolare sDmt.f . II - il congiuntivo Nella lingua italiana il modo
congiuntivo esprime la possibilità, il timore od il desiderio che
un determinato evento possa avvenire. Il modo congiuntivo, nella lingua
egiziana antica, finisce quasi sempre per uniformarsi a tempi futuri del verbo od anche al condizionale
[1].
Ciò deriva dal fatto che il congiuntivo riflette azioni che finiscono
quasi coll’identificarsi da una parte nel modo condizionale (data
l’incertezza, l’aleatorietà dell’azione) e dall’altra con
azioni che dovranno verificarsi in tempi avvenire. Al contrario
della forma perfetta (cfr. nel paragrafo V del presente capitolo) o
di altri verbi suffissi il congiuntivo non presenta infissi o prefissi ma
soltanto il suffisso dovuto al pronome personale collegato alla
radice del verbo. Come afferma lo Allen (cfr. pag. 245) è probabile
comunque che il modo congiuntivale dovesse essere marcato e caratterizzato
dalla vocale finale à
accentuata, ciò lo si desume dal copto che appunto, in tale sede,
evidenzia l’accentuazione della a (es. anxàf = egli vorrà
vivere). Una cosa di estrema importanza, onde poter individuare senza tema
di errore questo modo verbale, è l’assenza della particella
introduttiva jw
. Questa particella infatti denota uno stato di fatto
direi una “certezza”, quindi un’azione diversa
dall’azione contingentale, possibile o desiderabile espressa dal
congiuntivo. Un’altra caratteristica che
evidenzia la differenza tra congiuntivo e perfettivo la si ravvede nei
verbo jnj (3ae-inf) recante una t finale nel congiuntivo (jnt.f) che
il perfettivo (indicativo) non ha; i verbi 3ae e 4ae-inf sovente
evidenziano un double red leaf finale y – es. jTy, sh3y ecc. nel verbo
sta Molti egittologi ed in primis il Gardiner non parlano di
congiuntivo accomunando o meglio identificando questa forma verbale con il
perfettivo o la forma prospettiva. Effettivamente la forma congiuntivale
mostra, come accennato, pochissime differenziazioni dalla perfettiva,
ma c’è però da considerare la profonda diversità di significato che
esiste tra il congiuntivo ed il perfettivo (modo indicativo). Per tali
motivi, a mio avviso, l’aver enucleato da parte dell’Allen il
congiuntivo dal perfettivo appare più corretto proprio perché
fondamentalmente il perfettivo esprime un’azione basata su di una
“certezza
contingentale”
(modo indicativo) mentre la connotazione del congiuntivo esprime, come
visto, un’aleatorietà non una certezza. Si riporta qui di seguito
uno schema delle forme congiuntivali:
Casi particolari di congiuntivo. -
con il suffisso tw
- pronome impersonale - avente significato di “uno…” (es. njs.tw n.k…=
chiamerà uno a te cioè “ti chiamera”). Il suffisso tw
viene poi usato per indicare la forma passiva del congiuntivo. In questo
caso alla forma verbale del congiuntivo segue il soggetto (nome-pronome
ecc.). In caso di pronome personale suffisso lo stesso segue
immediatamente l’infisso tw che così verrà a trovarsi tra il tema
verbale ed il pronome suffisso (es. Hw.tw.f). -
il congiuntivo può indicare un “desiderio “, un
“comando”, una “esortazione”. -
Come accennato in premessa, il congiuntivo evidenzia
sovente azioni che si realizzeranno nel futuro.
Nel
merito bisogna analizzare se
la
frase o proposizione esprimente un evento futuro è dovuta a cause
involontarie cioè non dipendenti dalla volontà del soggetto agente
oppure esprimente la volontà futura del soggetto. Nel primo caso si parla
di costruzione pseudoverbale
o involontaria (cfr.
la voce “le costruzioni pseudoverbali” ), nel secondo caso il
congiuntivo assume la forma di futuro
volontario (es.
Sm.k Hna.sn r Xnw = …e tu andrai a casa con loro – il verbo in
questione è Sm(j) della classe 3ae inf.). -
Il congiuntivo si può trovare dopo alcune particelle, se ne riportano qui di seguito
alcune: m.k (esprime un’azione futura di comando, di esortazione
ecc.); HA con senso di desiderio; jx (con senso di azione futura con
significato di “così” “sebbene” ecc.); xr (denota una conseguenza
futura; kA (esprime conseguenze future). Queste ultime due particelle sono
presenti anche nella forma dell’imperfettivo. Per riconoscere se
trattasi di congiuntivo o imperfettivo bisogna vedere se le particelle in
questione precedono il verbo (congiuntivo) o se tali sono legate al doppio
soggetto posto prima del verbo (per un esame più approfondito si rinvia
al capitolo relativo all’imperfettivo). -
Il congiuntivo può, come accennato in premessa,
esprimere un’azione certa chiamata principale (apodosis)
condizionata da un’altra proposizione (prodosis). Es. se tu lavori,
potrai diventare ricco. In tal caso l’apodosis o proposizione principale
certa è “potrai diventare ricco”, la “protasis” sarà la
proposizione che condiziona l’altra e cioè “se tu lavori”. La
protasis è introdotta dalla particella jr
con
significato di “se”. -
Talvolta il congiuntivo esprime concetti “in ordine
a ciò”, “cosìcché” ecc. In tali casi il verbo non è preceduto da
alcuna particella. -
Nelle negazioni il congiuntivo è preceduto da nn. Altre costruzioni con senso di negazione sono
quelle in cui il congiuntivo è preceduto dal verbo difettivo jm(j)
con senso di desiderio o comando, od anche dal verbo 2-lit tm con significato di “non fare ecc.”
-
Qualora il congiuntivo trovasi dopo rdj
= dare/rendere il verbo assume la veste di verbo
causativo, pertanto rdj sDm.f con significato di a causa di cià egli
sente. -
Qualora il congiuntivo sia preceduto dalla particella
proclitica jn la stessa assume la funzione di
introduzione ad una interrogazione con significato di “ebbene / così ecc. ….?”. III – perfettivo ,
imperfettivo / (aoristo) Come si è accennato (ved. il par. II del cap. IX) il
concetto di
perfettivo ed
imperfettivo risulta
essere non omogeneo tra vari studiosi. L’Allen
ed il Gardiner (seppur con piccole differenze tra di loro)
concepiscono queste due forme
la sottoclassificazione dell’azione verbale rispettivamente se
compiuta od in fase di completamento o ripetitiva.
Le forme verbali, non conoscendosi il corretto uso della
vocalizzazione,
sono molto approssimate e si insiste più che sugli aspetti
temporali e modali sul concetto di forma perfettiva ed imperfettiva,
aspetti che ritroveremo poi nelle forme participiali [2].
Il perfettivo viene altresì chiamato indicativo mentre l’imperfettivo
forma circostanziale. Il perfettivo era essenzialmente usato in epoche
arcaiche mentre cadde in disuso pressoché totalmente in epoca classica.
In tale periodo (medio regno) il perfettivo è stato praticamente
soppiantato dalla forma perfetta (vedere in altra sede della presente
trattazione). Da rilevare che entrambe le forme sovente hanno il suffisso
tw avente
il significato di soggetto impersonale (es. uno fa un qualcosa ecc.) od
anche
il significato di forma perfettiva od imperfettiva del passivo alla
stessa guisa del congiuntivo. L’Allen ed il Gardiner (seppur come
accennato in altra sede con delle piccole differenze) accomunano entrambe
queste due forme nell’aspetto cosìdetto completo (completion aspect).
L’aspetto completo in sostanza accomuna sia l’azione completa che
l’incompleta e si differenzia dal “repetition aspect” che mette in
evidenza il numero di volte dell’azione verbale, sia essa completa od
incompleta. Il Grandet & M. ed in genere le scuole francofone
al contrario evidenziano fondamentalmente se trattasi di action
singulatif o iteratif (aoristo). Gli autori anglosassoni (Allen in primis)
identificano nella voce imperfettiva sia le azioni ripetitive, cioè le
azioni ricorrenti che quelle in fase di svolgimento ma appartenenti alle
azioni singole (completion aspect). Al contrario gli autori francesi
enucleano, a mio avviso correttamente, le azioni ricorrenti (action
iteratif) dalle azioni in fase di completamento (action singulatif non
accompli). Le prime risultano inserite nella voce “aoristo” [3],
le seconde sono o non accompli (cioè non completate) appellate
progressif, progressif interne e allatif e che vengono relegate e
trattate come forme infinitivali, oppure accompli (azioni completate).
Fatte queste premesse rese necessarie al fine di ben inquadrare la
problematica seguirò sostanzialmente l’impostazione datane dagli autori
francesi Grandet & Mathieu. a)
perfettivo – forma usata in prevalenza nel vecchio regno e
caduta sostanzialmente in disuso nel medio regno. Pur essendo atemporale e
amodale questa forma esprime quasi sempre azioni passate e pertanto nel
medio regno la si identifica con la forma perfetta sdm.n.f (vedere
la sezione dedicata alla forma perfetta). Fatte queste debite premesse è
però importante tener presente che questa particolare forma verbale
esprime solo e soltanto un’azione
– intesa come uno stato di fatto, pertanto si identifica con il modo
indicativo. Essendo amodale ed atemporale essa è altresì una forma
non marcata [4]
Caratteristica peculiare di tale forma è quasi sempre la presenza della
particella introduttiva jw
che denota una frase, una proposizione esprimente un concetto di
“certezza”, “realtà”. Per tal motivo il perfettivo esprime il
modo indicativo, differenziandosi così dal congiuntivo che è privo di
tale particella. Talvolta si rileva in seno alla frase la particella
tw
posta immediatamente prima del pronome suffisso (sDm.tw.f) che può
assumere o valore di forma impersonale (es. “uno dice… etc.) oppure
caratterizza la voce passiva. Ho già dato cenno circa il valore
semantico del perfettivo, ma ritengo ancora utile soffermarmi
su tale concetto. L’azione espressa da tale forma è bene
sottolineare ancora una volta nella sua accezione comune esprime un
qualcosa di compiuto. L’Allen fa rientrare in tale forma l’azione
certa (indicativa) relegando la possibile, eventuale (priva della
particella proclitica) nel modo congiuntivo o prospettivo. L’azione in
fase di completamento, ripetitiva od incompiuta identifica la forma
imperfettiva.Al contrario Grandet & Mathieu suddividono la
problematica di che trattasi in tre categorie: azione compiuta (accompli),
non compiuta (non accompli) e iterativa (iteratif). L’azione non
accompli (progressif – progressif interne – allatif) non rientra
nelle coniugazioni suffisse bensi rientra nelle forme infinitivali, mentre
l’iterativa è rappresentata dalla forma aoristica. Gli autori francesi
parlano di action singulatif non accompli , nel senso di un’unica
azione espressa dall’interlocutore ma che è ancora in fase di
svolgimento. L’azione così come inquadrata può essere progressif,
progressif interne ed allatif. La proposizione è sul modello di jw +
soggetto + predicato ove il predicato è sempre formato dalla preposizione
Hr (action progressif), oppure da m (action progressif interne) od anche
da r (action allatif) seguita da una forma infinita . Nel caso della
esemplificazione anzi riportata Mario mangia la mela letteralmente
il progressif interne significa Mario è sul mangiare la mela (in sostanza
sta mangiando). Le tre forme anzi descritte poiché riflettono azioni
infinitivali saranno trattate alla voce infinito. La
caratteristica fondamentale della forma perfettiva che la
differenzia dalla imperfettiva è data soltanto dai verbi deboli
(geminati ed infirmae) che nel perfettivo perdono l’ultima
consonante raddoppiata, mentre i deboli infirmae nell’imperfettivo
raddoppiano l’ultima consonante. Questa è de facto l’unica
sostanziale differenza che consente di poter individuare l’aspetto della
forma verbale in modo inequivocabile. b)
Imperfettivo/aoristo – l’imperfettivo esprime
un’azione “illimitata”, ripetitiva, pertanto la proposizione da
l’idea di un fatto ricorrente, es. Carla tutte le mattine mangia la
mela. In tale forma non esistono confini temporali, non è frase
circoscritta come nel caso del perfettivo. Tutte le mattine il sole si
leva all’alba, in tal caso l’azione del levarsi del sole espressa
nella frase riflette un qualcosa di generico, “illimitato” nel tempo,
non un’azione compiuta e ben definita come nel perfettivo. Ma nella sua
accezione più completa il significato di imperfettivo intende
altresì un’azione incompleta, in fase di completamento ed è così che
autori come l’Allen ed in genere le scuole anglosassoni concepiscono la
forma imperfettiva. La scuola francofona (cfr. Grandet & Mathieu) al
contrario parla di action iteratif, circostancielle che, come accennato in
nota, espone alla voce aoristo, (intendendo con questo termine parlare di
un’azione illimitata) cioè senza confini. Una caratteristica
specifica di tale forma verbale è data dalla giustapposizione del verbo
al soggetto, forma circostanziale. L’aoristo
contiene pertanto de facto due termini per designare un medesimo soggetto.
Es. jw b3k
wnm.f
ra
= il servitore mangia qualche giorno (lett. il servitore b3k
mangia
wnm. egli.f
qualche giorno ra nb (agg.
nisbe), oppure jw.f
wnm.f
ra
nb = egli magia (egli) qualche giorno. Al pari della forma perfettiva la
particella tw
ove si dovesse rinvenire indica o una forma impersonale (es. uno che …)
oppure esprime il modo passivo del verbo. Quasi sempre appare la
particella introduttiva jw
che da il crisma di certezza alla frase mentre le particelle xr
e k3
denotano la prima
un
senso di necessità (es. egli deve fare un qualcosa …), la seconda “la
conseguenza di un qualcosa”. E’ da notare che entrambi i casi
sono riscontrabili nella forma congiuntiva. Per riconoscere se trattasi di
congiuntivo od imperfettivo bisogna rilevare se vi è nel secondo caso la
doppia individuazione del soggetto. Es. xr.s
gs.s (3a pers. singolare femminile) evidenziata due volte
per uno stesso soggetto = essa deve ungersi la sua faccia con
l’olio. Il congiuntivo non prevede questa particolare forma di doppio
soggetto. Nel caso della particella k3 ha il senso del fare un qualcosa
susseguente ad un’altra “allora egli sente” oppure “sentirà”
(es. k3.tw dj.tw – in tal caso pronome impersonale dal senso
“…allora uno…”. L’imperfettivo nelle proposizioni principali od
autonome è molto usato nel Medio Regno ma può trovarsi anche in
proposizioni avverbiali. La forma verbale imperfettiva si differenzia
dalla forma perfettiva per il raddoppio della consonante del tema verbale
dei verbi deboli (3ae inf.). IV –prospettivo attivo
e passivo La forma
verbale prospettiva fa anch’essa parte delle forme suffisse. Si
differenzia dalle altre forme viste e da vedere per il fatto che questa
particolare forma denota un’azione
che deve ancora avvenire sia al momento dell’enunciazione da parte dello speaker od anche
rispetto ad un’altra azione o situazione. E’ importante chiarire che
anche in tal caso (come si è visto per la forma perfettiva ed
imperfettiva) il prospettivo
non evidenzia un tempo futuro bensì evidenzia un
particolare aspetto
della forma verbale inerente azioni che ancora devono
avvenire. Il prospettivo lo si riscontra soprattutto nel Vecchio
Regno (forma arcaica) nei testi religiosi, mentre nel Medio Regno è
generalmente soppiantato dalla forma congiuntiva od anche dalla particella
r
l’infinito (costruzione pseudoverbale). La
differenza sostanziale tra la forma congiuntiva che evidenzia un
accadimento futuro ed il prospettivo arcaico sta nel fatto che il
congiuntivo, come visto, si riferisce ad azioni incerte e/o
desiderabili (ottativo) mentre il prospettivo è forma indicativa
indicante semplicemente che un’azione deve accadere. Il prospettivo è
caratterizzato dall’aggiunta al tema della consonante debole w per cui viene altresì chiamata forma sDmw.f
[5], tranne che nei bilitteri, 2 gem e trilitteri. Talvolta al
tema verbale viene aggiunto il dual red leaf y
particolarmente nei verbi deboli 3 e 4 inf. e loro causativi. La forma
prospettiva può essere sia attiva che passiva. La caratteristica saliente
della forma passiva nelle classi 2-lit, 3-lit e 4ae inf è il raddoppio
dell’ultima consonante del tema per cui tale forma viene appellata
sDmm.f. Per le altre classi verbali il verbo appare con il tema identico
alla forma 2-lit dell’attivo. Talvolta, nei testi del Medio Regno, al
posto di tale caratteristica la forma passiva vede la particella tw
al pari del congiuntivo, percettivo ed imperfettivo. In tal caso non si
riscontra il raddoppio dell’ultima consonante del tema. Si riportano qui
di seguito alcune forme verbali prospettive: -
prospettivo
attivo.
PH (2-lit) = raggiungerò (si noti l’assenza, come accennato, di
qualsivoglia particella al tema verbale); wnn.j (2- gem) = io sarò (anche
in tal caso vi è assenza della consonante debole w); Hmsw (4ae inf) =
siederò (in tal caso si noti la w aggiunta al tema verbale); h3y.k
(3ae-inf) = tu cadrai (si noti in tal caso il double red leaf y al posto
della w, trattandosi di 3ae inf.). -
prospettivo
passivo -
pHH (2-lit) = sarà raggiunto (si noti il tema verbale geminato dal
raddoppio dell’ultima consonante); al contrario jty.f (3ae inf) = sarà
preso è privo della geminazione in quanto appartiene alla classe 3ae-inf
che appare come la forma 2-lit attiva; nHmm.f (3-lit) = sarà portato via
(con la geminazione dell’ultima consonante). La forma passiva suffissa si può sovente confondere
facilmente con
l’attivo di sDm.f. Alcune classi verbali hanno, al pari del
prospettivo,
la consonante finale w attaccata al tema verbale. Onde poter
individuare in modo corretto tale forma si rende necessario esaminare il
contesto della frase. Talvolta al posto della w può esservi, come nella
forma prospettiva il doppio red leaf y. Sintatticamente la progressione
delle parole nel contesto di una frase è quella nota individuata nelle
forme infinitivali (cfr. l’infinito). Il passivo delle forme suffisse
sDm.f è, nel medio egiziano, sostituito dalle forme stative quando il
soggetto è un pronome. Esempio di forma passiva: n3.n ra = Ra vide (forma
attiva del perfetto – il soggetto è un nome); nella forma passiva
qualora il soggetto è un nome come in tal caso si ha: m3 ra = Ra fu
visto. Al contrario qualora il soggetto è un pronome si usa al passivo lo
stativo. Es.: m3.n.f = egli vide (forma attiva del perfetto), al passivo
si avrà m3.w = egli fu visto (stativo e non forma passiva). Nelle
proposizioni principali
la forma passiva del perfetto è impostata alla stessa stregua del
perfetto medesimo (cfr. il perfetto). Anche nelle proposizioni subordinate
il passivo segue le stesse regole viste per le proposizioni principali,
mentre nelle negazioni la forma passiva segue
le stesse
regole che verranno esposte per il perfetto. L’indicazione della
negazione è espressa dalla particella nj. Nelle forme interrogative
infine il passivo è comunemente introdotto dalle particelle jn jw,
peraltro simili alla forma interrogativa del perfetto. Per quanto anzi
esposto, tenendo presente le forti similitudini sintattiche e grammaticali
della forma passiva con il perfetto si rinviano tali argomenti al
sottocapitolo relativo a quest’ultimo. VI – il perfetto La forma verbale egizia del perfetto si riferisce ad azioni completate e questo indipendentemente se
l’azione, rispetto all’enunciatore, sia già avvenuta o meno. Es.: Carla
ha mangiato la mela. Questa proposizione denota un’azione già
avvenuta al momento dell’enunciazione stessa e quindi coincide con
un’azione passata. Ma la fase di completamento dell’azione potrebbe
ancora non essere avvenuta rispetto al momento dell’enunciazione. Es. Carla
potrà mangiare la mela dopo aver fatto il bagno. L’espressione
“…dopo aver fatto il bagno.” denota un’azione completata ma
in tal caso trattasi di azione che ancora deve avvenire al momento
dell’enunciazione. Da quanto detto si evince che il perfetto egizio è
forma atemporale, in quanto esprime un aspetto non un tempo.
Nell’egiziano antico l’aspetto di azione completata è espressa dallo
stativo (es. nei verbi intransitivi) e dal perfetto (in genere nei
transitivi). La sostanziale differenza tra le due forme consiste nel fatto
che lo stativo (pseudo-participio) è quella forma che mette in evidenza
uno status dovuto ad un’azione che si è completata, pertanto
tale forma non cerca di porre in evidenzia l’azione completata di per se
stessa bensì la condizione susseguente a tale completamento. Es.: la
casa è abitata. Questa proposizione denota un status atemporale e
amodale, una condizione, uno stato di fatto (nel nostro caso lo status
dell’abitare quella casa) dovuto ad un’azione completatasi al momento
dell’enunciazione da parte dello speaker. La forma perfetta esprime solo
e soltanto un’azione completatasi (nel passato in genere – nel
presente o nel futuro). Poiché i confini tra le due forme sono molto
tenui è solo nel contesto della frase che si può individuare l’una o
l’altra forma. In linea di massima, come in precedenza accennato, lo
stativo è usato nei verbi intransitivi ed il perfetto nei verbi
transitivi. La caratteristica peculiare di tale forma verbale che ne rende
facilmente la individuazione è
la presenza dell’infisso n
collocato tra la radice del verbo ed il pronome prefisso per cui lo si
individua nella forma sDm.n.f.
VII -
le forme infisse sDm.jn.f / sDm.xr.f / sDm.k3.f Queste forme verbali sono caratterizzate dalla
presenza di un infisso
bilittero (jn, xr, k3 a seconda del caso) collocato tra il tema verbale ed
il suffisso. Per questa ragione ne risulta abbastanza agevole la loro
individuazione. a – sDm.jn.f
- la forma verbale che presenta tra il
pronome suffisso ed il tema questo infisso bilittero
nella maggior parte dei casi intende significare il
proseguimento di un discorso avvenuto in precedenza (es. “Allora
Mario mangiò una mela”) ed ha valore narrativo. Quasi sempre infatti
illustra avvenimenti passati. C’è da rilevare che l’infisso compare
sempre, in caso ci fosse, dopo il determinativo. La costruzione della
frase recante questa particolare forma verbale è del normale tipo VSO (cfr.
l’infinito). Talvolta può esservi la forma passiva con tw
,
al pari delle forme perfettive ed imperfettive . In
questo caso la particella tw
la
si trova tra il bilittero infisso caratterizzante questa forma verbale ed
il suffisso. Es.: jn.jn.tw.f n.f Hr a = allora fu
preso per lui immediatamente. Si noti la forma passiva caratterizzata
dalla particella tw collocata tra l’infisso tw ed il suffisso f. wn.jn
Hm.f Hr sm3.f = allora Sua Maestà lo uccise. b
– sDm.xr.f – Questa
particolare forma infissa risulta essenzialmente usata in epoca
arcaica., nell’uso corrente durante il Medio Regno
fu soppiantata dalle forme similari xr sDm.f (congiuntivo) e xr.f
sDm.f (imperfettivo). Ciò nondimeno nel Medio Regno continuò ad essere
usata nei testi religioso-scientifici. La caratteristica di questa
particolare forma verbale è data dall’infisso bilittero xr collocato
tra il tema ed il suffisso. La progressione delle parole nella frase è
quella già vista di VSO. Alcune
proposizioni contengono la particella tw collocata
tra l’infisso ed il suffisso con valore di particella impersonale “uno
…” o di forma passiva. Il
valore semantico di questa particolare forma verbale è quello di
esprimere un’azione
necessaria cioè caratterizzata da un’ingiunzione a fare un qualcosa,
pertanto un’azione volta costantemente al futuro. Es. sD.xr.tw.f m-xt
pr.t(w) = sarà tolto dopo che saranno fatte queste cose. c
– sDm.k3.f – Questa particolare forma verbale è
caratterizzata dall’infisso bilittero k3 collocato
tra il tema ed il pronome suffisso. Al pari delle altre due forme
particolari di infissi testé visti k3
si colloca dopo il determinativo , qualora naturalmente questo ci fosse.
L’ordine delle parole è sempre del tipo VSO ed anche in tal caso la
forma passiva caratterizzata dalla particella tw la si
riscontra subito dopo l’infisso k3. Al pari della forma sDm.xr anche la
presente è un arcaismo usato essenzialmente nell’Antico Regno. Nel
Medio Regno questa forma verbale fu soppiantata dalle forme k3 sDm.f nel
congiuntivo e k3 sDm.f nell’imperfettivo, tuttavia anch’essa continuò
nel MR ad essere usata in testi scientifico – religiosi. Il significato
di tale forma sostanzialmente
somiglia molto a quello con l’infisso xr visto in precedenza ed
è usato solo in frasi principali. L’infisso k3 denota un’azione
futura susseguente a
condizioni già verificatesi. Si riportano qui di seguito alcune
esemplificazioni: Ha.k3.sn
m3.sn tw = essi si rallegreranno quando ti vedranno;
jr gm.k nTrw Hms.y, Hms.k3.k r.k Hna.sn =se vedi gli dei seduti,
potrai sederti con loro. VIII
- la forma infissa sDmt.f Questa
particolare forma, usata sporadicamente nella narrazione, è
caratterizzata dall’infisso t (
con
valore di “quando ancora non” i.e. “prima che” es. xpr rn.k, nj
msyt r(m)T, nj xprt nTrw = la tua identità si formò prima dell’uomo,
prima della creazione degli dei [6]. [1] Si ritiene importante chiarire che la presente esposizione del congiuntivo si richiama alla grammatica dello Allen, nelle linee essenziali. La forma condizionale in tal caso non la si deve confondere con il modo condizionale nel valore semantico dato dalla nostra lingua bensì nel senso di una proposizione condizionata da un’altra (es. se lavorerò, diventerò ricco – in tal caso il diventare ricco è condizionato dal lavorare). [2] Cfr: Donadoni, Appunti … pag. 52. [3] Άόριστος nel greco antico allude ad una forma verbale “passata”. Ciò potrebbe indurre ad una errata interpretazione nella fattispecie prevista dal G & M. Ciò non è così in quanto nel caso in esame il significato di aoristo allude al valore semantico datone dai greci di forma verbale “non limitata” cioè esprimente un qualcosa di “indefinito”. [4] Per forma marcata si intende una espressione completa, es. poetessa. Questa parola è marcata perché individua oltre alla tipologia di attività anche il sesso della persona. Al contrario la parola “pilota” è forma non marcata perché non chiarisce se trattasi di uomo o donna. Nel caso del perfettivo lo stesso evidenziando solo un’azione in senso vago - amodale e atemporale – non riesce a chiarie i contorni precisi dell’azione verbale. [5] Poiche i verbi 3ae lit., come lo è sDm.f, sono gli unici che non evidenziano la w, tale appellativo risulta improprio. [6] Nel verbo wnn (2ae gem.) la particella nj assume più specificatamente il significato di inesistenza del soggetto (cfr. Allen pag. 310). |
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