XIII
le forme nominali
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Brevi note introduttive :
per forme nominali si intendono comunemente quelle particolari
forme verbali che, in virtù della loro specifica funzione, assumono la
veste di veri e propri nomi od anche aggettivi e/o pronomi. Queste forme
verbali proprio in virtù della specifica duplice veste di verbo e nome
assumono al pari di quest’ultimo genere e numero. I
– il participio
Nelle
esemplificazioni del prospetto si evidenzia il soggetto agente (cioè
colui che promuove l’azione) nelle forme attive,
mentre nelle passive si evidenzia il soggetto che subisce
l’azione, cioè il paziente. Nella stragrande maggioranza dei casi, per
quanto in precedenza detto, si può affermare che i nomi egizi non sono
altro che delle forme participiali. Esempio: b3k
è verbo (infinito) che significa lavorare od anche
“uno che lavora” i.e. “servitore”, pertanto nome e verbo
finiscono coll’identificarsi. Stessa
considerazione va fatta per gli aggettivi che non sono altro che participi
perfettivi indicanti “qualità” es. Hmt nfrt = una bella donna
od anche una (divenuta) bella cioè che ha assunto belle sembianze.
Riassumendo una forma participiale può
identificare, qualificare ecc. un certo soggetto od anche può
assumere la veste stessa di soggetto: es. “colui che beve l’acqua
sotto l’albero” le parole “colui che beve l’acqua” assumono de
facto la funzione di soggetto in una frase o semplice proposizione (colui
che beve l’acqua sotto l’albero era stanco = predicato). E’
estremamente importante rammentare che i verbi geminati nelle forme
perfettive perdono la geminazione della seconda consonante radicale (es. m33.f
= 2dae gem. “vedere” diventa m3.f), al contrario i verbi
deboli nelle forme imperfettive raddoppiano l’ultima consonante [es. pr(j).f
= 2dae infirmae
“uscire” diventa prr(j).f]. E’ superfluo
rammentare che i verbi geminati conservano nelle forme imperfettive la
seconda consonante geminata. Bisogna rammentare in proposito che queste
particolarità sono sostanzialmente le uniche che differenziano la forma
perfettiva da quella imperfettiva. Nulla cambia infatti per tutte le altre
classi verbali. Al pari degli aggettivi esistono tre forme di genere e
numero: sing. masch., plur. masch. (caratterizzato da w), e
femm. sing. e plur. (caratterizzato dalla sola t sia per il
singolare che per il plurale). Ciò vale per le sole forme
perfettive ed imperfettive mentre per la forma prospettiva il
participio è legato con i pronomi suffissi a noi ben noti come segue:
sing. masch. .f oppure . fj , sing. femminile .s
oppure .sj, plurale m. e f. .sn. a)
participio
attivo perfettivo – caratterizzato da nessuna forma “terminale”,
salvo rare eccezioni ove la radice del verbo è legata a w oppure j.
Caratteristica particolare è la perdita dell’ultima consonante nei
verbi geminati sia semplici
che causativi. b)
participio
attivo imperfettivo – caratteristica è il possedere la desinenza j (dual
strokes) od anche y (doppio M17) nelle forme maschili sing.
e plur., mentre nessuna desinenza appare al femminile al di fuori del
segno t indicante il genere femminile. Altra caratteristica
è quella di far conservare ai verbi geminati il raddoppio
dell’ultima consonante nonché il raddoppio nei verbi deboli
dell’ultima consonante. c)
participio
passivo perfettivo – caratterizzato nei verbi forti dalla consonante
debole finale w o raramente y (es. Ddw – mry ) nel
singolare maschile e nessuna forma particolare di desinenza verbale nel
femminile. I verbi deboli sono sempre caratterizzati dal doppio M17 (y)
come desinenza in tutte le forme. Da rammentare infine che i verbi
geminati, al contrario di quanto in precedenza detto, hanno la desinenza j
(dual strokes)nelle forme maschili, alcuna desinenza le femminili. d)
participio
passivo imperfettivo – tutti i verbi hanno la desinenza w (G43)
nella forma maschile singolare e nessuna particolare desinenza nel
maschile plurale e nel femminile sing. e plur. e)
participio
attivo prospettivo – la forma participiale prospettiva è
quasi sempre attiva, il verbo è caratterizzato da tre parti: il tema
verbale + la desinenza verbale (quasi sempre tj) + il pronome
suffisso che serve per specificare il genere e numero (il pron. sovente
risulta unito alla j (dual strokes) – es. f = fj – s
= sj. f)
participio
passivo prospettivo – lo si trova raramente. La sua morofologia
è caratterizzata dall’assenza della duplicazione dei verbi deboli e
geminati ed è sostanzialmente uguale alla forma del participio passivo
perfettivo. I
participi negativi I
participi sia attivi che passivi nelle forme negative sono preceduti dal
verbo 2-lit tm(w) con significato di “non fare (un
qualcosa)”. Per il resto sostanzialmente ricalcano gli aspetti già
visti in precedenza. Si
riporta qui di seguito un prospetto riepilogativo delle forme negative del
participio:
Prospetto
tratto da Grandet & Mathieu op. ibid. pag. 495 I
participi del verbo ausiliare wnn
(essere
– esistere) Una
proposizione con predicato avverbiale (senza lessema verbale) si
regge con il pronome relativo ntj avente il significato di
“chi” – “colui che …” ecc. Una PPA senza lessema verbale avente
la funzione di esprimere forme participiali attive e passive di perfettivo,
imperfettivo o prospettivo, mostra al posto del pronome relativo ntj
il verbo ausiliare wnn (essere
– esistere). Si riporta un prospetto riepilogativo dei participi formati
con l’ausiliare wnn:
Alcune
esemplificazioni delle forme participiali -
participio attivo perfettivo jnk
Ra, mk(w)
sw Ds.f [Io sono Ra, il quale protegge lui stesso (tratto da
Il Testo dei Sarcofagi VI –
415-I)]. -
participio
attivo imperfettivo (…),
jnn(w).w mw, jrr(w).w H(a)p(j)
[(questi dei …), che portano l’acqua e creano Hapy (personificazione
dell’inondazione) – dal Testo dei Sarcofagi I, 2/3 e 4/5 d, B1P +
B3Bo]. -
participio
passivo perfettivo mjt(j)
n(j) sS h3b(w) r http-S-n(y)-Wsr.t-m3a-Xrw
(dal Papiro di Berlino 10096, 1) copia
dello scritto che è stato inviato a Hotep-Senouseret giusto di voce (nome
del centro ove sorge la piramide di Sesostri II, 4° re della XII
Dinastia). -
participio
passivo imperfettivo wnn.Tn,
m-s3 Xnt(j) ntj m S.j (…) m tp(j)-tr
nb jrrw m Hw.t-nTr tn (fonte: Siout I, 317-318) vous surveillerez la statue qui est dans mon jardin, (…)
lors de chaque fête qui est célébrée dans ce temple (traduz. da
Grandet & Mathieu, cit. op. pag. 463).
- participio
attivo prospettivo qnb.t nb.t
n(j).t Hw.t-nTr xprt(j).s(j)
(fonte: Siout I, 288-289) – tout conseil de temple à venir (tr. da Gr. &
M. op. ibid. pag. 488).
- participio passivo prospettivo sdm.sn
Dd.t(j).s
nb.t ! (fonte: CTI, 28 c, B3Bo) – qu’ils entendent tout ce
qu’elle dira! (tr.
da G. & M. op. ib. Pag. 491). II
- le forme relative
Le proposizioni relative, com’è noto, sono
proposizioni che svolgono la funzione di attributo od apposizione a un
termine della reggente. Nella lingua italiana sono altresì appellate
proposizioni relative proprie. In sostanza la proposizione relativa
può definirsi una
proposizione che assume la funzione di aggettivo. Es. la parola
“consulente tributario” può essere altresì espressa come: colui che
espleta consulenza tributaria., oppure “nessuno ama la guerra
distruttrice” è lo stesso che dire “nessuno ama la guerra che arreca
distruzione”. In entrambi i casi le proposizioni “…che espleta
consulenza…” e “ …che arreca distruzione…”, soglionsi definire
proposizioni relative perché in sostanza sostituiscono una attribuzione
specifica ergo un aggettivo. Si è visto nel paragrafo precedente che il
participio sostituisce de facto sia il soggetto che il predicato – es.
“amata” sostituisce “colei che è amata”, ciò significa anche che
la proposizione relativa ed il participio esprimono in sostanza medesimo
significato. C’è altresì da aggiungere che
per proposizione
relativa diretta deve intendersi quella proposizione in cui il
soggetto della stesso si identifica con il soggetto antecedente. Es. “Il
figlio che piange”, la prop. rel. “che piange” cioè “colui che
piange” ha lo stesso soggetto dell’antecedente “il figlio” i.e. la
stessa cosa. Oppure nella frase “la figlia che è amata” si rileva che
la prop. rel. “che è amata” ha l’identico soggetto della parola
antecedente “la figlia” infatti il senso della frase è: la figlia la
quale è amata”. Questi principi valgono anche nell’egiziano antico.
Es. z3t sDm = la figlia che sente è lo stesso che dire “la
figlia la quale sta sentendo”; in tal caso il soggetto della
prop. rel. diretta “la quale” è sostanzialmente identico
all’antecedente “la figlia”. Le regole anzi descritte sono riportate
nel paragrafo relativo alle forme participiali. Accanto a tali forme
dirette esistono le proposizioni relative indirette chiamate altresì
semplicemente forme
relative.
Tali forme sono caratterizzate dal fatto che l’antecedente (sostantivo,
pronome ecc.) è diverso dal soggetto della proposizione relativa ed in
tali casi l’antecedente finisce per assumere la veste di oggetto della
proposizione relativa. Esempio: “questo bel monumento che tu gli hai
fatto” – in tal caso l’antecedente “questo bel monumento che (il
quale)” è diverso dal sogg. della prop. r. ed assume specificatamente
la funzione di oggetto della stessa. Nelle lingue indo-europee in genere,
come ad esempio nella italiana od inglese, essendo l’antecedente diverso
dal soggetto della proposiz. rel., non si può esprimere con una sola
parola due significati diversi come nel caso delle prop. dirette, al
contrario nell’egiziano antico ciò è possibile ed è proprio questo
l’argomento delle forme relative che si sta trattando nel presente
paragrafo. Al contrario delle forme participiali caratterizzate da cinque
forme distinte, le forme relative hanno tre forme:
perfettivo relativo – imperfettivo relativo – perfetto relativo. Il
verbo è composto dal tema e dalla desinenza che sostanzialmente segue le
stesse regole già viste per le forme participiali. Così ad es. z3wt
mrrt.f = le figlie che egli ama / z3t mrrt.f = la figlia che egli ama ecc.
ecc. La forma perfettiva relativa è caratterizzata nei verbi deboli dal
segno y del doppio giunco (dual strokes) posto tra il tema e la desinenza,
mentre i verbi forti sono
formati soltanto dal tema e desinenza.
Es. con il verbo mrj = amare (3ae inf.) si ha:
mryt.f = (una) che egli ama / mry.f = (uno) che egli ama / mryw.f =
(quelli) che egli ama ecc. La
forma imperfettiva relativa è caratterizzata dalla w (G43) nel maschile
singolare e solo in casi del tutto rari la y (dual strokes). Es. mrrw.f =
(uno) che egli ama, ecc. Il
perfetto relativo non presenta alcuna particolare desinenza, es. mr.n.f =
(uno) che egli amò. Per ciò che concerne
l’ordine delle parole nelle forme relative lo stesso risulta
sostanzialmente simile alle forme participiali. 1° es. z3 mr.f = il
figlio che egli desidera. Si noti la differenza tra il soggetto (egli)
della proposizione e l’antecedente (il figlio). 2° es. Mdww Ddw nTrw
dw3tjw n nTr pn = le parole che gli dei Duat dicono a questo dio.
La regola come si può osservare è data dalla progressione VSD (cfr. le
forme infinitivali) = Verbo Soggetto Dativo concernente la forma relativa.
Infatti analizzando la frase si ha: le parole che (antecedente) gli dei
Duat (soggetto della
proposizione) dicono (verbo) a
questo dio (dativo). In questa frase l’antecedente
ovviamente precede sempre il resto Mdww
= le parole (il plurale è
marcato dalla w finale), segue poi della proposizione prima il verbo Ddw
(2-lit plurale masch. caratterizzato da w [1]),
poi il soggetto nTrw dw3tjw = gli dei Duat ed infine il dativo n
nTr pn caratterizzato
dalla particella n = a. III
- l'infinito
Nella lingua italiana l’infinito indica un’azione
senza riferimento al tempo,
modo ecc. Es. parlare, indica
sostanzialmente l’azione del parlare, ma da questa parola noi siamo in
grado di comprendere esclusivamente il significato di tale azione, nulla
sapendo riguardo al tempo di questa azione né tantomeno
se trattasi di una o più persone che hanno compiuto, o che debbono
compiere tale azione. In sostanza trattasi di un termine del tutto vago,
da quì l’indicazione di “infinito”.
Nell’egiziano antico la
forma verbale appare
sostanzialmente come un nome (nome verbale) che si identifica nella radice del verbo stesso.
E’ però un nome del tutto particolare in quanto può
avere un soggetto e/o un complemento oggetto, al pari di un
qualsiasi altro verbo. Una veste pertanto sui generis, direi un
ibrido tra verbo e sostantivo. Naturalmente, al pari di altri nomi, queste
forme verbali possono essere maschili o femminili.
Sono maschilii gli infiniti dei verbi:
2-lit, 2ae-gem., 3-lit, 3ae-gem., 4-lit., 4ae inf. (nella forma
geminata), 5-lit., caus. 2ae –gem., caus. 3-lit., caus. 4-lit., caus.
4ae-inf., caus. 5-lit. Sono di genere femminile: 3ae-inf., le forme non
geminate del 4ae-inf., caus. 2-lit, caus. 3ae-inf., anomali. Il genere
maschile è formato esclusivamente dal tema verbale, mentre il femminile
è caratterizzato dalla
consonante t aggiunta al tema. Si può sintetizzare
in groos modo il discorso dicendo che gli infiniti dei verbi deboli
sono caratterizzati dall’aggiunta della t al tema verbale, al pari dei
verbi irregolari, mentre nei verbi forti vi è il solo tema verbale.
C’è comunque da rimarcare il fatto che il valore semantico attribuito
all’infinito corrisponde al tema verbale e basta (es.: parlare ecc.),
nell’egiziano antico il tema verbale include anche il significato che
noi attribuiamo al gerundio (es.: parlando ecc.). Pertanto
è forse più appropriata la dizione di “infinitivo” per
indicare semanticamente sia l’infinito propriamente detto che il
gerundio, essendo queste due forme sostanzialmente identiche, nel senso
cioè che esprimono entrambe un’azione non riferita né a tempi o modi.
Nel contesto di una frase la forma verbale, intesa questa nella sua
accezione più larga, precede
sempre, salvo rare eccezioni il soggetto e l’oggetto. La progressione è
rappresentata da VsdoSOA
(ordine
delle parole) Si riporta qui
di seguito un prospetto del come sono collocati in linea di massima le
parole costituenti una ipotetica frase:
[1] Si rammenta che la desinenza w caratterizza la forma imperfettiva anche singolare. Nel caso in esame poiché il verbo è legato ad un soggetto plurale maschile deve intendersi un verbo al plurale nella forma imperfettiva relativa. |