XIII

le forme nominali

Brevi note introduttive : per forme nominali si intendono comunemente quelle particolari forme verbali che, in virtù della loro specifica funzione, assumono la veste di veri e propri nomi od anche aggettivi e/o pronomi. Queste forme verbali proprio in virtù della specifica duplice veste di verbo e nome assumono al pari di quest’ultimo genere e numero.

I – il participio

 Nella lingua italiana ed in genere nelle altre lingue indoeuropee il participio  assume una funzione aggettivale o nominale. Es. di participio aggettivale: la squadra perdente; di participio nominale: il perdente. In sostanza trattasi di una particolare forma verbale che identifica, qualifica ecc. il soggetto di una frase. Quando si dice ad esempio il dirigente (in pratica “colui che dirige”) l’azione espressa dal verbo “dirigere” va a giustapporsi ad una persona cioè la persona che dirige i.e. dirigente quindi de facto diventa nome. In italiano il participio può essere presente (servente i.e. colui che serve) o passato (servito – in tal caso il soggetto ha già compiuto l’azione del servire). Nell’egiziano antico la forma verbale del participio non si discosta molto da tali concetti. I participi, assumendo la veste di aggettivi, sostanzialmente esprimono con una sola parola una proposizione relativa il cui soggetto è identico con l’antecedente. Ad esempio:  la parola “dirigente” si giustappone a “colui che dirige”, proposizione relativa.  Fatte queste premesse  va chiarito che da qualsiasi verbo può derivare un nome di soggetto agente (cioè colui che promuove l’azione) od il nome di un soggetto paziente (colui che subisce l’azione). Es. “uno che beve”, in tal caso l’azione verbale “bere” è promossa dal soggetto agente ed in egiziano tale forma viene comunemente designata “participio attivo”. Al contrario nella forma passiva si ha ad esempio “la pera che è mangiata” ove “la pera” assume la veste di soggetto paziente. In egiziano antico (medio regno) le forme participiali possono essere: a) participio attivo perfettivo; b) participio attivo imperfettivo; c) participio passivo perfettivo; d)  participio passivo imperfettivo; e) participio attivo prospettivo; f) participio passivo prospettivo. In altra sede della presente trattazione si è parlato di forma perfettiva ed imperfettiva.  La prima esprime un’azione nella sua intierezza cioè compiuta, la seconda un’azione ricorrente (che sostanzialmente si identifica con la forma dell’aoristo). Infine la forma prospettiva  identifica un’azione che dovrà verificarsi, es. colui che berrà, oppure chi ha l’intenzione di bere.  Il quadro delle forme participiali può così riassumersi:

Forma verbale

attiva

Passiva

Perfettiva

Uno che ha bevuto

Uno (vino) che è stato bevuto

Imperfettiva

Uno che beve

Uno (vino) che si beve

prospettiva

Uno che berrà

Uno (vino) che sarà bevuto

Nelle esemplificazioni del prospetto si evidenzia il soggetto agente (cioè colui che promuove l’azione) nelle forme attive,  mentre nelle passive si evidenzia il soggetto che subisce l’azione, cioè il paziente. Nella stragrande maggioranza dei casi, per quanto in precedenza detto, si può affermare che i nomi egizi non sono altro che delle forme participiali. Esempio: b3k  è verbo (infinito) che significa lavorare od anche  “uno che lavora” i.e. “servitore”, pertanto nome e verbo finiscono coll’identificarsi.  Stessa considerazione va fatta per gli aggettivi che non sono altro che participi perfettivi indicanti “qualità” es. Hmt nfrt = una bella donna od anche una (divenuta) bella cioè che ha assunto belle sembianze. Riassumendo una forma participiale può  identificare, qualificare ecc. un certo soggetto od anche può assumere la veste stessa di soggetto: es. “colui che beve l’acqua sotto l’albero” le parole “colui che beve l’acqua” assumono de facto la funzione di soggetto in una frase o semplice proposizione (colui che beve l’acqua sotto l’albero era stanco = predicato). E’ estremamente importante rammentare che i verbi geminati nelle forme perfettive perdono la geminazione della seconda consonante radicale (es. m33.f = 2dae gem. “vedere” diventa m3.f), al contrario i verbi deboli nelle forme imperfettive raddoppiano l’ultima consonante [es. pr(j).f =  2dae infirmae “uscire” diventa prr(j).f]. E’ superfluo rammentare che i verbi geminati conservano nelle forme imperfettive la seconda consonante geminata. Bisogna rammentare in proposito che queste particolarità sono sostanzialmente le uniche che differenziano la forma perfettiva da quella imperfettiva. Nulla cambia infatti per tutte le altre classi verbali. Al pari degli aggettivi esistono tre forme di genere e numero: sing. masch., plur. masch. (caratterizzato da w), e  femm. sing. e plur. (caratterizzato dalla sola t sia per il singolare che per il plurale). Ciò vale per le sole forme perfettive ed imperfettive mentre per la forma prospettiva il participio è legato con i pronomi suffissi a noi ben noti come segue: sing. masch. .f oppure . fj , sing. femminile .s  oppure .sj, plurale m. e f. .sn.

a)    participio attivo perfettivo – caratterizzato da nessuna forma “terminale”, salvo rare eccezioni ove la radice del verbo è legata a w oppure j. Caratteristica particolare è la perdita dell’ultima consonante nei verbi geminati  sia semplici che causativi.

b)   participio attivo imperfettivo – caratteristica è il possedere la desinenza j (dual strokes) od anche y (doppio M17) nelle forme maschili sing. e plur., mentre nessuna desinenza appare al femminile al di fuori del segno t indicante il genere femminile. Altra caratteristica  è quella di far conservare ai verbi geminati il raddoppio dell’ultima consonante nonché il raddoppio nei verbi deboli dell’ultima consonante.

c)    participio passivo perfettivo – caratterizzato nei verbi forti dalla consonante debole finale w o raramente y (es. Ddw – mry ) nel singolare maschile e nessuna forma particolare di desinenza verbale nel femminile. I verbi deboli sono sempre caratterizzati dal doppio M17 (y) come desinenza in tutte le forme. Da rammentare infine che i verbi geminati, al contrario di quanto in precedenza detto, hanno la desinenza j (dual strokes)nelle forme maschili, alcuna desinenza le femminili.

d)   participio passivo imperfettivo – tutti i verbi hanno la desinenza w (G43) nella forma maschile singolare e nessuna particolare desinenza nel maschile plurale e nel femminile sing. e plur.

e)    participio attivo prospettivo – la forma participiale prospettiva è quasi sempre attiva, il verbo è caratterizzato da tre parti: il tema verbale + la desinenza verbale (quasi sempre tj) + il pronome suffisso che serve per specificare il genere e numero (il pron. sovente risulta unito alla j (dual strokes)es. f = fj – s = sj.

f)      participio passivo prospettivo – lo si trova raramente. La sua morofologia è caratterizzata dall’assenza della duplicazione dei verbi deboli e geminati ed è sostanzialmente uguale alla forma del participio passivo perfettivo.

I participi negativi

I participi sia attivi che passivi nelle forme negative sono preceduti dal verbo 2-lit tm(w) con significato di “non fare (un qualcosa)”. Per il resto sostanzialmente ricalcano gli aspetti già visti in precedenza.  Si riporta qui di seguito un prospetto riepilogativo delle forme negative del participio:

forme participiali

attiva

passiva

Perfettivo

tm(w) wnm(w)

colui che non ha mangiato

tmm(w) wnm(w)

colui che non è stato mangiato

Imperfettivo

tm(w) wnm(w)

colui che non mangia

tm(w) wnm(w)

colui che non è mangiato

Prospettivo

tmt(j).f(j) wnm(w)

colui che non mangerà

tm(y) wnm(w)

colui che non sarà mangiato

Prospetto tratto da Grandet & Mathieu op. ibid. pag. 495

I participi  del verbo ausiliare wnn (essere – esistere)

Una proposizione con predicato avverbiale (senza lessema verbale) si regge con il pronome relativo ntj avente il significato di “chi” – “colui che …” ecc. Una PPA senza lessema verbale avente la funzione di esprimere forme participiali attive e passive di perfettivo, imperfettivo o prospettivo, mostra al posto del pronome relativo ntj  il verbo ausiliare wnn (essere – esistere). Si riporta un prospetto riepilogativo dei participi formati con l’ausiliare wnn:

forma perfettiva

(b3k) wn(w) xr nh.t

(il servitore) che è (sta) sotto il sicomoro

forma imperfettiva

(b3k) wnn(w) xr nh.t

(il servitore) che è (regolarmente) sotto il sicomoro

forma prospettiva

(b3k) wnnt(j).f(j) xr nh.t

(il servitore) che sarà sotto il sicomoro

Alcune esemplificazioni delle forme participiali

- participio attivo perfettivo

jnk Ra, mk(w) sw Ds.f [Io sono Ra, il quale protegge lui stesso (tratto da Il Testo dei Sarcofagi  VI – 415-I)].

-         participio attivo imperfettivo

(…), jnn(w).w mw, jrr(w).w H(a)p(j) [(questi dei …), che portano l’acqua e creano Hapy (personificazione dell’inondazione) – dal Testo dei Sarcofagi I, 2/3 e 4/5 d, B1P + B3Bo].

-         participio passivo perfettivo

mjt(j) n(j) sS h3b(w) r http-S-n(y)-Wsr.t-m3a-Xrw (dal Papiro di Berlino 10096, 1)

copia dello scritto che è stato inviato a Hotep-Senouseret giusto di voce (nome del centro ove sorge la piramide di Sesostri II, 4° re della XII Dinastia).

-         participio passivo imperfettivo

wnn.Tn, m-s3 Xnt(j) ntj m S.j (…) m tp(j)-tr nb jrrw m Hw.t-nTr tn (fonte: Siout I, 317-318)

vous surveillerez la statue qui est dans mon jardin, (…) lors de chaque fête qui est célébrée dans ce temple (traduz. da Grandet & Mathieu, cit. op. pag. 463).

       -    participio attivo prospettivo

 qnb.t nb.t n(j).t Hw.t-nTr xprt(j).s(j) (fonte: Siout I, 288-289) – tout conseil de temple à venir (tr. da Gr. & M. op. ibid. pag. 488).

        - participio passivo prospettivo

sdm.sn Dd.t(j).s nb.t ! (fonte: CTI, 28 c, B3Bo) – qu’ils entendent tout ce qu’elle dira! (tr. da G. & M. op. ib. Pag. 491).

II - le forme relative

Le proposizioni relative, com’è noto, sono proposizioni che svolgono la funzione di attributo od apposizione a un termine della reggente. Nella lingua italiana sono altresì appellate  proposizioni relative proprie. In sostanza la proposizione relativa   può definirsi  una proposizione che assume la funzione di aggettivo. Es. la parola “consulente tributario” può essere altresì espressa come: colui che espleta consulenza tributaria., oppure “nessuno ama la guerra distruttrice” è lo stesso che dire “nessuno ama la guerra che arreca distruzione”. In entrambi i casi le proposizioni “…che espleta consulenza…” e “ …che arreca distruzione…”, soglionsi definire proposizioni relative perché in sostanza sostituiscono una attribuzione specifica ergo un aggettivo. Si è visto nel paragrafo precedente che il participio sostituisce de facto sia il soggetto che il predicato – es. “amata” sostituisce “colei che è amata”, ciò significa anche che la proposizione relativa ed il participio esprimono in sostanza medesimo significato. C’è altresì da aggiungere che  per  proposizione relativa diretta deve intendersi quella proposizione in cui il soggetto della stesso si identifica con il soggetto antecedente. Es. “Il figlio che piange”, la prop. rel. “che piange” cioè “colui che piange” ha lo stesso soggetto dell’antecedente “il figlio” i.e. la stessa cosa. Oppure nella frase “la figlia che è amata” si rileva che la prop. rel. “che è amata” ha l’identico soggetto della parola antecedente “la figlia” infatti il senso della frase è: la figlia la quale è amata”. Questi principi valgono anche nell’egiziano antico. Es. z3t sDm = la figlia che sente è lo stesso che dire “la figlia la quale sta sentendo”; in tal caso il soggetto della prop. rel. diretta “la quale” è sostanzialmente identico all’antecedente “la figlia”. Le regole anzi descritte sono riportate nel paragrafo relativo alle forme participiali. Accanto a tali forme dirette esistono le proposizioni relative indirette chiamate altresì semplicemente forme relative. Tali forme sono caratterizzate dal fatto che l’antecedente (sostantivo, pronome ecc.) è diverso dal soggetto della proposizione relativa ed in tali casi l’antecedente finisce per assumere la veste di oggetto della proposizione relativa. Esempio: “questo bel monumento che tu gli hai fatto” – in tal caso l’antecedente “questo bel monumento che (il quale)” è diverso dal sogg. della prop. r. ed assume specificatamente la funzione di oggetto della stessa. Nelle lingue indo-europee in genere, come ad esempio nella italiana od inglese, essendo l’antecedente diverso dal soggetto della proposiz. rel., non si può esprimere con una sola parola due significati diversi come nel caso delle prop. dirette, al contrario nell’egiziano antico ciò è possibile ed è proprio questo l’argomento delle forme relative che si sta trattando nel presente paragrafo. Al contrario delle forme participiali caratterizzate da cinque forme distinte, le forme relative hanno tre forme:  perfettivo relativo – imperfettivo relativo – perfetto relativo. Il verbo è composto dal tema e dalla desinenza che sostanzialmente segue le stesse regole già viste per le forme participiali. Così ad es. z3wt mrrt.f = le figlie che egli ama / z3t mrrt.f = la figlia che egli ama ecc. ecc. La forma perfettiva relativa è caratterizzata nei verbi deboli dal segno y del doppio giunco (dual strokes) posto tra il tema e la desinenza, mentre  i verbi forti sono formati soltanto dal tema e desinenza.  Es. con il verbo mrj = amare (3ae inf.) si ha:   mryt.f = (una) che egli ama / mry.f = (uno) che egli ama / mryw.f = (quelli) che egli ama ecc.  La forma imperfettiva relativa è caratterizzata dalla w (G43) nel maschile singolare e solo in casi del tutto rari la y (dual strokes). Es. mrrw.f = (uno) che egli ama, ecc.  Il perfetto relativo non presenta alcuna particolare desinenza, es. mr.n.f = (uno) che egli amò. Per ciò che concerne  l’ordine delle parole nelle forme relative lo stesso risulta sostanzialmente simile alle forme participiali. 1° es. z3 mr.f = il figlio che egli desidera. Si noti la differenza tra il soggetto (egli) della proposizione e l’antecedente (il figlio). 2° es. Mdww Ddw nTrw dw3tjw n nTr pn = le parole che gli dei Duat dicono a questo dio. La regola come si può osservare è data dalla progressione VSD (cfr. le forme infinitivali) = Verbo Soggetto Dativo concernente la forma relativa. Infatti analizzando la frase si ha: le parole che (antecedente) gli dei Duat  (soggetto della proposizione) dicono (verbo)  a questo dio (dativo). In questa frase  l’antecedente ovviamente precede sempre il resto  Mdww = le parole  (il plurale è marcato dalla w finale), segue poi della proposizione prima il verbo Ddw (2-lit plurale masch. caratterizzato da w [1]), poi il soggetto nTrw dw3tjw = gli dei Duat ed infine il dativo n nTr pn  caratterizzato dalla particella n  = a.

III - l'infinito

Nella lingua italiana l’infinito indica un’azione senza riferimento  al tempo, modo ecc. Es. parlare,   indica sostanzialmente l’azione del parlare, ma da questa parola noi siamo in grado di comprendere esclusivamente il significato di tale azione, nulla sapendo riguardo al tempo di questa azione né tantomeno  se trattasi di una o più persone che hanno compiuto, o che debbono compiere tale azione. In sostanza trattasi di un termine del tutto vago, da quì l’indicazione di “infinito”.  Nell’egiziano antico  la forma verbale    appare sostanzialmente come un nome (nome verbale) che si identifica nella radice del verbo stesso. E’ però un nome del tutto particolare in quanto può  avere un soggetto e/o un complemento oggetto, al pari di un qualsiasi altro verbo. Una veste pertanto sui generis, direi un ibrido tra verbo e sostantivo. Naturalmente, al pari di altri nomi, queste forme verbali possono essere maschili o femminili.  Sono maschilii gli infiniti dei verbi:  2-lit, 2ae-gem., 3-lit, 3ae-gem., 4-lit., 4ae inf. (nella forma geminata), 5-lit., caus. 2ae –gem., caus. 3-lit., caus. 4-lit., caus. 4ae-inf., caus. 5-lit. Sono di genere femminile: 3ae-inf., le forme non geminate del 4ae-inf., caus. 2-lit, caus. 3ae-inf., anomali. Il genere maschile è formato esclusivamente dal tema verbale, mentre il femminile è caratterizzato  dalla consonante t aggiunta al tema. Si può sintetizzare  in groos modo il discorso dicendo che gli infiniti dei verbi deboli sono caratterizzati dall’aggiunta della t al tema verbale, al pari dei verbi irregolari, mentre nei verbi forti vi è il solo tema verbale. C’è comunque da rimarcare il fatto che il valore semantico attribuito all’infinito corrisponde al tema verbale e basta (es.: parlare ecc.), nell’egiziano antico il tema verbale include anche il significato che noi attribuiamo al gerundio (es.: parlando ecc.). Pertanto  è forse più appropriata la dizione di “infinitivo” per indicare semanticamente sia l’infinito propriamente detto che il gerundio, essendo queste due forme sostanzialmente identiche, nel senso cioè che esprimono entrambe un’azione non riferita né a tempi o modi. Nel contesto di una frase la forma verbale, intesa questa nella sua accezione più larga,  precede sempre, salvo rare eccezioni il soggetto e l’oggetto. La progressione è rappresentata da VsdoSOA (ordine delle parole)  Si riporta qui di seguito un prospetto del come sono collocati in linea di massima le parole costituenti una ipotetica frase:

V

Verbo

 

s

soggetto (pronome)

Il pron. sogg. precede sempre S e O

d

n.f (pronome dativo)

In presenza di n (dativo = a) e pron.suffisso, questi due elementi precedono sempre (tranne V ed s) tutte le parole

o

oggetto (pronome)

Il pronome oggettivo precede S ed O

S

Soggetto (nome)

 

O

Oggetto (nome)

 

A

 

Avverbio / locuzione prepositiva

 

L’avverbio è sempre in coda alla frase.  – oppure quando la preposizione n è seguita da un nome entrambi sono collocati  dopo S ed O

[1] Si rammenta che la desinenza w caratterizza la forma  imperfettiva anche singolare. Nel caso in esame poiché il verbo è legato ad un soggetto plurale maschile  deve intendersi un verbo al plurale nella forma imperfettiva relativa.

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