XIX

Grammatiche comparate e bibliografia

Come accennato in altra parte del presente lavoro esistono differenti impostazioni tra gli studiosi circa la illustrazione dell’aspetto morfologico e sintattico della lingua egiziana antica. Queste sostanziali differenze, rilevabili soprattutto nelle forme verbali,  dipendono dal fatto che trattasi di disciplina giovane, tuttora ancora in continua evoluzione.  Non è possibile ovviamente poter fornire un quadro globale delle varie impostazioni sintattico – grammaticali rese dai vari autori. In questo capitolo cercherò semplicemente di dare qualche cenno delle maggiori peculiarità contenute nelle varie grammatiche che attualmente risultano maggiormente quotate. All’indomani della scoperta dei geroglifici e la stesura della grammatica da parte di Champollion (pubblicazione che avvenne in epoca successiva alla morte dello stesso, da parte del fratello Champollion Figeac dal titolo Grammaire égyptienne par Champollion le jeune, Paris 1836)), nella seconda metà dell’ottocento si affermò la cosìdetta scuola di Berlino capeggiata da Adolf Erman e dai suoi allievi Kurt Sethe, Georg Steindorff, E. Edel , W. Westendorf, Hermann Grapow ecc., la quale ebbe il grande merito di dare organicità alla nuova disciplina dell’egittologia. I punti salienti furono: a) suddivisione  della lingua in due grandi periodi chiamati Altägyptisch e Neuägyptisch corrispondenti all’antico egiziano e tardo egiziano; b) creazione della impalcatura sulla quale poggia la intera materia morfo-sintattica; c) realizzazione del monumentale Wőrterbuch der ägyptischen Sprache  di Adolf Erman e Hermann Grapow a tuttoggi la più completa opera lessicografica sulla lingua egiziana antica.  La Scuola di Berlino si fondò sul cosìdetto semitocentrismo. Questo metodo adottò in sostanza quello usato per le lingue semitiche, quindi i termini, la impostazione del sistema verbale, la traslitterazione ecc. Meccanismi ancor oggi imperanti (si pensi ai sistemi verbali  che suddividono la radice  in monolitteri – bilitteri  - geminati – deboli ecc. ecc.). Alcuni allievi del Sethe, A.H. Gardiner (celeberrima la sua opera Egyptian Grammar I ed. 1927) e B. Gunn dettero nella prima metà del secolo scorso una nuova impronta allo studio della grammatica egiziana antica. Essi abbandonarono sotto certi aspetti il sistema semitocentrista della scuola berlinese, cercando di dare un’impronta morfo-sintattica più affine alle lingue europee. Venne così alla luce  il cosìdetto sistema “eurocentrico”. Analisi della frase, studio delle forme verbali direi su base nuova, concependo in sostanza  l’aspetto soprattutto sintattico  imperante nelle lingue europee. Un altro allievo del Sethe H.J. Polotsky dette poi verso la metà del XX secolo una ulteriore impronta con la cosìdetta “standard theory” (cfr. nel prosieguo del presente capitolo).   L’elenco degli studiosi che si cimentarono tra l’ottocento e novecento nel redigere grammatiche sono diversi, tra i tanti rammento  i nostri Donadoni, Roccati, Pernigotti, Bresciani, e poi Adriaan de Buck (1892-1959) egittologo olandese con l’opera in francese “Grammaire élémentare du Moyen égyptien”, il francese Gustave Lefebvre (1879-1957) con il famoso lavoro  “Grammaire de l’égyptien classique” Il Cairo 1940, l’inglese E.A.Wallis Budge. Mi limito nel presente capitolo a riportare alcuni tra i più significativi studiosi  di oggi, coloro che meglio esprimono la evoluzione dello studio della lingua egiziana antica dando alcuni cenni per quanto detto in precedenza, soltanto alle problematiche concernenti l’aspetto più complesso di questa lingua e cioè le forme verbali.

Grandet & Mathieu

Al pari delle altre grammatiche, come in precedenza accennato,  le difformità di maggior rilievo concernono il sistema verbale e la costruzione della proposizione. Punto di partenza di questi autori francesi nella loro esposizione è il concetto di proposizione (proposition). In sintesi un raggruppamento di parole  pronunciate dal locutore (cioè colui che esprime queste parole) all’interlocutore (colui che ascolta le parole del locutore e che eventualmente intesse con questi un dialogo) che individuano l’esistenza di una relazione di situazione [es. il gatto (A) è sulla tavola (S)] o relazione d’identità [il gatto (A) è un felino (I)]. Negli esempi citati A è sempre il soggetto della proposizione (soggetto agente, cioè colui che promuove l’azione) ed S-I il predicato rispettivamente S per la relazione di situazione ed I per quella d’identità. Quindi la proposizione (in ingl. clause) è formata dal soggetto e dal predicato. La sostanziale differenza tra  la relazione di situazione e d’identità sta nel fatto che  la prima esprime una determinata e momentanea situazione soggetta a continui cambiamenti (il gatto è sulla tavola nel momento in cui parla il locutore), al contrario la seconda evidenzia uno status non soggetto a modifiche (il gatto sarà sempre un felino). Pertanto si può definire la proposizione un enunciato che esprime un qualcosa di compiuto. Ad es. il gatto è sulla tavola esprime un concetto ben chiaro di un qualcosa, al contrario le sole parole di è sulla tavola od anche semplicemente il gatto non hanno senso di completezza e pertanto finiscono per essere enunciati  incomprensibili. Il senso della compiutezza viene espresso o da un verbo unito ad un nome – pronome – sintagma nominale o dalla copula. Nel caso di relazione di situazione si ha un predicato avverbiale (è sulla tavola = avverbio di luogo i.e. qui, lì ecc.), nel caso di relazione d’identità si ha un predicato nominale [1] (è un felino). Sintatticamente  si ha in italiano soggetto + predicato, al contrario in egiziano  la struttura varia a seconda della natura del predicato. Le proposizioni possono essere a predicato avverbiale oppure preposizioni a predicato nominale. La proposizione a predicato avverbiale (PPA) può essere senza lessema verbale o con lessema [2] verbale. La PPA in egiziano  sintatticamente rispecchia la seguente progressione jw [3] + soggetto + predicato [es. jw + b3k (il servitore) + xr (sul) nh.t (sicomoro)]. Quando vi sono delle PPA sequenziali o sequenziali  circostanziali alla principale, la particella enunciativa nelle successive PPA viene omessa essendo sottintesa. La PPA senza lessema verbale quando è introdotta dalla particella jw  esprime sempre il presente, quando vuole esprimere un tempo al passato usa  wn (essere / divenire), es.  wn b3k Xr nh.t = il servitore era sul sicomoro. Se al contrario vuol esprimere il futuro  si ha wnn, es.  wnn b3k Xr nh.t = il servitore sarà sul sicomoro. Quindi l’assenza di jw significa  un tempo non al presente. Nella proposizione a predicato nominale (PPN) al contrario della PPA  il predicato precede  il soggetto e questo è quasi sempre espresso dal pronome dimostrativo pw = questo. Per cui rifacendoci al precedente esempio il gatto è un felino (relazione d’identità) in egiziano  si ha: questo è un felino, il gatto il cui senso è:  è un felino (più precisamente) il gatto. Altra caratteristica saliente della PPN è l’assenza della particella introduttiva jw e dipende dal fatto  che  la PPN a proposizione atemporale, non è soggetta mai a modifica (il gatto sarà sempre un felino). Mentre nella PPA (il gatto è sulla tavola) l’indicatore di enunciazione  serve a rimarcare quel particolare momento contingentale. Esempio di PPN: b3k pw sS = b3k (servitore) pw (questo è) predicato nominale +  sS lo scriba  l’agente la proposizione. Quindi se si vuol esprimere un concetto di situazione (es. lo scriba è un servitore cioè in questo momento funge da servitore) si scriverà: jw + sS + m bAk, frase che da il concetto di momentaneità, di temporalità della proposizione. Se invece si vuol indicare uno status di identità statico atemporale, cioè lo scriba è un servitore punto e basta, si userà la forma PPN:  bAk pw sS. Altro elemento saliente della PPN è rappresentato dal fatto che il predicato al contrario della PPA precede il soggetto (il gatto è un felino = questo è un felino, più precisamente “il gatto”). Dal precedente esempio si deduce che nella PPN  il soggetto è sempre un pronome (pw = questo) seguito dal resto del predicato ed infine dal soggetto. In pratica si ha come una specie di duplicazione del soggetto, ove il secondo (il gatto nell’es.) sarebbe il soggetto  nella nostra lingua.
Chiariti questi punti fondamentali un’altra distinzione bisogna fare che  interessa la PPA. Un’azione verbale  può essere accompli (cioè azione completata es. il gatto ha mangiato) oppure non accompli (azione in fase di svolgimento non completata: il gatto mangia ). Questo  è il duplice aspetto del verbo accompli o non accompli che caratterizza tutte le forme di PPA, tranne per quanto si dirà l’azione iterativa. Un’altra distinzione è nel numero delle azioni espresse nella proposizione. Azione singola: progressif (Hr + infinito es. jw  b3k Hr wnm =  il servitore  mangia cioè lett. è  sul mangiare), progressif interne (m + infinito es. jw b3k m jw.t = il servitore viene cioè lett.  è nel venire) e allatif (r + infinito es. jw b3k r wnm = il servitore mangia ma quì lett. sarebbe il servitore va al mangiare). Le tre forme  corrispondono alle forme pseudo-verbali così indicate nelle letterature anglosassoni (cfr. Allen) e sono tutte non accompli. Azione iterativa: trattasi  di proposizione esprimente un’azione che si ripete nel tempo, cioè senza limite ed è caratterizzata dall’aoristo (= azione illimitata, es. il sole sorge all’alba i.e.  tutti i giorni). Nell’azione iterativa non si può fare distinzione tra accompli e non accompli (infatti il sole sorge tutti i giorni risulta essere accompli e non accompli al tempo stesso. E’ accompli nel senso che l’azione del sorgere del sole si completa giornalmente, azione compiuta, ma proiettata nel tempo è inaccompli perché esprime una ripetitività non quantificabile nel tempo). La struttura dell’aoristo è sempre la stessa che caratterizza la PPA già vista e cioè jw + soggetto + predicato. La caratteristica dell’aoristo che la differenzia dalle precedenti forme è che il predicato è costituito da una forma verbale giustapposta al soggetto stesso (forma circostanziale del verbo). Es.: jw b3k wnm.f ra = il servitore mangia qualche giorno, si noterà che questa proposizione in pratica ha due soggetti che si riferiscono alla medesima figura agente: il primo b3k (il servitore) ed il secondo il pronome suffisso f intimamente legato al verbo del predicato verbale, per cui letteralmente la proposizione suonerebbe così: il servitore mangia egli qualche giorno. Quindi nel predicato con lessema verbale  viene in sostanza ripetuto il soggetto. La forma prospettiva che corrisponde al congiuntivo nostro (es. che egli mangi, lett. in egiziano il mangiare di lui) esprime un agente (il mangiare di lui). Il prospettivo  nelle antiche forme è caratterizzato dall’aggiunta di w alla radice del verbo tranne che nelle forme 2ae-gem. Quindi ad esempio rd(j) verbo irreg.  si ha rd(w).f, jn(j) si ha jn(w).f ecc. Nelle forme recenti (prospettivo recente) non si ha la terminazione di w alla radice. I verbi 2ae-gem raddoppiano l‘ultima lettera es. m33.f, mentre nelle forme recenti  m3.f (senza duplicazione). C’è da segnalare che il prospettivo è molto usato in egiziano nelle forme negative. Per ciò che concerne la negazione del prospettivo nella forma antica si ha  n e nella forma recente  nn che è la costruzione più utilizzata in genere (es.  n wnm(w).f forma antica = che egli non mangi – nn wnm.f forma recente = che egli non mangi). Tutte le forme testé viste della PPA (escl. le azioni iterative cfr. aoristo) sono non accompli. Da rammentare che  il concetto di accompli e non accompli e dei tempi (presente – passato – futuro) sono due classificazioni del tutto diverse.  Accompli o non accompli significa un’azione espressa nella sua interezza od in fase di esecuzione. Quindi per l’accompli si avrà un presente passato e futuro come segue:  il gatto ha mangiato / il gatto aveva mangiato / il gatto avrà mangiato.  In tutti i tre casi il senso è quello di esprimere un’azione completatasi seppur nei tre tempi come visto. Al contrario nella forma non accompli si ha: il gatto mangia / il gatto mangiava / il gatto mangerà
[tutte azioni espresse nei tre tempi ma che indicano in tutti i casi  azione in fase di completamento (cioè incomplete)].

n.b. il concetto di attivo e passivo in egiziano è differente dalla nostra grammatica. Per principio si rammenta che tutte le forme non accompli sono attive, le accompli sono passive. Tuttavia  nell’allatif si riscontra talvolta la forma passiva (mangia dei fichi diventa: dei fichi sono mangiati) e molto spesso nell’aoristo con la particella tw.  Il progressif e progressif interne escludono la forma passiva.

Il sintagma completivo (prospettivo / infinitivo / imperativo)

Le cosiddette forme prospettive – infinitive – imperative sono  chiamate nominali perché sono tutte ascrivibili all’indicativo, come se fossero dei veri e propri nomi (in sostanza non vi è differenza tra indicativo, congiuntivo ecc. come nelle nostre grammatiche). Esistono alcuni verbi transitivi detti operatori [4]  che esprimono un’azione che da luogo ad una seconda azione contenuta nello stesso predicato verbale (PPA con lessema verbale). La seconda azione generata dal verbo operatore  assume la veste di complemento oggetto nelle forme prospettive e infinitive. Pertanto il verbo contenuto  nel complemento oggetto del PPA con lessema verbale viene chiamato prospectif complétif / infinitif complétif.  Es. io dono dei fichi affinché egli mangi (io soggetto + dono dei fichi affinché egli mangi predicato -PPA con lessema verbale - contenente  il verbo  operatore rdj = dono “dei fichi” che a sua volta, nell’ambito dello stesso predicato genera una seconda azione assumente valenza di complemento oggetto = affinché egli mangi (prospectif complétif). In sostanza io dono dei fichi affinché egli mangi significherebbe  “fai in modo che egli mangi”. Analogo discorso vale in linea di massima per il prospectif infinitif : io faccio in modo dimangiare. I verbi transitivi operatori che hanno per complemento oggetto dei prosp. complétif li possiamo trovare nelle forme progressif – allatif – aorist, nella solita progressione a noi nota: jw + soggetto + predicato. Una particolare categoria di verbi “operativi” è data  dai cosìdetti verbi volitivi (volere – desiderare  che / non volere che). Qualora il verbo complemento oggetto (nella forma progressiva)  dipende da un verbo volitivo quest’ultimo viene sottintesto [es. wnm.f = che egli mangi! starebbe per (jw.j Hr mrt ) wnm.f )]. Come si nota  la particella proclitica jw .j ed Hr mrt che significano io per il desiderare ecc. vengono omessi.  Le due forme volitive sono la ottativa (desiderabile) e jussiva (impositiva, i.e. un comando). In queste ipotesi la forma prospettiva viene detta autonoma perché (solo in apparenza) sembrerebbe non legata ad un verbo operatore. L’imperativo è praticamente  una specie di prospettivo autonomo con valore jussivo, di comando. 

Proposizione a predicato nominale PPN

La PPN, come accennato, esprime una situazione d’identità, quindi  la fondamentale caratteristica è quella della atemporalità. Il gatto è un felino, il servo è uno scriba ecc. esprimono l’idea di uno status, di una caratteristica permanente del soggetto.  Contrariamente alla PPA ove l’ordine di progressione della proposizione è jw + soggetto + predicato, nella PPN si ha il contrario predicato  + soggetto. In tale tipo di proposizione  il soggetto sarà, come accennato in altra sede, il pronome pw o  sottintesto (Ø): Es. il gatto è un felino diventa questo è un felino, il gatto. La omissione di pw si ha soprattutto nelle forme arcaiche, nel medio regno  pw è sempre presente in linea di massima.  Nel caso di PPN con lessema verbale  il verbo viene generalmente anteposto al pronome pw. Es.  wnm pw, bwt.j letteralmente:  questo  (è) il mangiare, una mia abominazione (infinito predicato bwt.j), il che sostanzialmente significherebbe  una mia abominazione è il mangiare. Qualora nel predicato di una PPN vi è un pronome lo stesso prende il nome di pronome indipendente.

L’accompli

La fondamentale differenza tra il non accompli e l’accompli sta nel fatto che nel primo caso l’azione non è completata (es. il gatto mangia i.e. sta mangiando, “non ha ancora finito di mangiare”).  L’accompli al contrario esprime un’azione che al momento dell’enunciazione dell’azione la stessa si è già completata (es. il gatto ha mangiato i.e. ha finito di mangiare quindi trattasi di azione che al momento dell’enunciazione si è completata in toto). La differenza tra accompli e non accompli ovviamente non ha nulla a che vedere con i tempi dell’azione (il gatto ha mangiato accompli presente – aveva mangiato accompli passato – avrà mangiato accompli futuro). Nel caso del non accompli si ha: il gatto mangia non accompli presente – il gatto mangiava non accompli passato – mangerà non accompli futuro. Nell’accompli bisogna fare distinzione tra i verbi transitivi e intransitivi. Nel caso dei verbi transitivi (cioè verbi che  possono avere un complemento oggetto) nella nostra lingua si ha una forma attiva ed una passiva. Forma attiva di un verbo transitivo: es. Mario ha mangiato la mela ove Mario è l’agente della proposizione, cioè colui che promuove l’azione (soggetto agente), ha mangiato la mela è il predicato verbale ove “la mela” è complemento oggetto chiamato paziente (cioè colui che subisce l’azione promossa dal soggetto agente). Nelle forme passive di verbi transitivi il soggetto della proposizione è il paziente che in tal caso chiamasi soggetto paziente. Nel caso del nostro esempio si ha: la mela (soggetto paziente) è stata mangiata da Mario (agente ma non più soggetto agente). Quindi nella forma passiva la proposizione viene completamente ribaltata. Nei verbi intransitivi non si ipotizza naturalmente il caso di complemento oggetto o d’agente (vedi forma passiva del transitivo). Es. Mario è partito. In tal caso il soggetto Mario è agente e paziente al tempo stesso. La forma sintattica dell’accompli è praticamente uguale alla forma PPA con lessema verbale (jw + sogg. + predicato). I verbi geminati  perdono la geminazione e i deboli non raddoppiano l’ultima lettera del radicale. Caratteristica saliente dell’accompli (che nel predicato genera la forma verbale chiamata parfait) è il fatto che mentre nella nostra lingua, come si è visto,  i verbi transitivi possono avere una forma attiva ed una passiva, in egiziano hanno sempre una forma passiva. Es. egli (soggetto agente) ha mangiato dei fichi (in italiano), diventa dei fichi (soggetto paziente) sono stati mangiati da lui (in egiziano). Per i verbi intransitivi il problema non si pone perché esiste sia in italiano che in egiziano un’unica forma (es. Mario è partito).  La forma passiva (unica come visto) dei verbi transitivi in egiziano può essere accompli non agentiel (il predicato verbale è espresso dal solo verbo es. dei fichi sono stati mangiati jw d3b wnm(w), accompli agentiel. In quest’ultimo caso  nel predicato compare anche  il complemento d’agente (es. dei fichi sono stati mangiati dal servo jw d3b.w (dei fichi – soggetto paziente) wnm.w (sono stati mangiati - predicato verbale) jn b3k (dal servo – complemento d’agente).  Nel caso dei verbi intransitivi si ha jw  (particella d’enunciazione) b3k.t (serva – soggetto agente / paziente) nfr.t (è bella predicato).

Proposizioni sequenziali e circostanziali

Tutte le proposizioni accompli possono essere sequenziali o proposizioni sequenziali-circostanziali. Una proposizione può essere unica (es. Mario ha mangiato la mela) oppure  principale (ingl. main clause), in tal caso segue alla stessa una seconda proposizione strettamente collegata alla prima chiamata sequenziale (ingl. subordinate clause). Es. il servo è sul sicomoro ed è in buona salute. In tal caso la proposizione principale è “il servo è sul sicomoro” a cui segue la proposizione sequenziale “ed è in buona salute”. – jw b3k Xr nh.t (jw.f) snb.w Si noterà in questa esemplificazione la omissione della particella enunciativa nonché il relativo soggetto f nella sequenziale (infatti jw.f non compare).  Chiariti questi punti fondamentali della proposizione sequenziale, la proposizione circostanziale non è altro che una PPA sequenziale avente per soggetto il pronome dimostrativo  ciò / questo o sottinteso Ø . Tutte le proposizioni circostanziali contengono una forma di preposizione introdotta (quando / dopo ché / perché ecc.) che sta ad indicare il concetto che la sequenziale è dovuta ad una “circostanza” legata alla proposizione principale. (es. egli mangia dei fichi dopo aver bevuto la birra – jw.f Hr wnm d3b.w (jw) Ø m-xt swr.n.f H(n)q.t  dove: jw.f = egli (soggetto della p. principale) Hr wnm (nel mangiare Hr + inf. progressif non accompli) d3b.w (fichi), (jw) Ø (nelle p. sequ. si omette il soggetto e la part. proclitica) m-xt (dopo preposizione che da il crisma alla sequenziale-circostanziale) swr.n.f (aver bevuto forma di perfetto) H(n)q.t (birra).

Malaise & Winand

Questi autori belgi partono dal concetto fondamentale dell’esame dell’azione verbale in relazione al punto di vista enunciativo.  L’enunciazione  può essere di due tipi, enunciazione nel contesto di una narrazione o di un discorso. Nel primo caso i fatti esposti dal narratore concernono accadimenti estranei al momento dell’enunciazione (i.e. projettati in un contesto diverso dalla realtà ). Nel secondo caso ci si trova innanzi ad enunciazioni contemporanee che avvengono tra il locutore e l’interlocutore. Questi due punti di vista dell’enunciazione non sono ovviamente sempre distinti e possono talvolta  essere misti, gli autori di fronte a questi limiti ed incertezze fondano i concetti della linguistica egizia sulla base del discorso narrativo. Chiariti questi concetti di base, il processo verbale è fondato sulla temporalità intesa questa in senso lato. Questa azione  può essere accompli o non accompli  in relazione al momento dell’enunciazione da parte del locutore. I Es. egli ha abbattuto la porta è un’azione accompli (compiuta) nel momento in cui si è espresso il locutore . II es. egli sta abbattendo la porta è un’azione non accompli (incompiuta) nel momento in cui parla il locutore. Chiamasi moment de référence quella parte dell’azione descritta dal locutore che pertanto può essere accompli o non accompli. Ma la temporalità  è un termine estremamente estensivo nell’ambito dell’enunciazione. I Es. Mario sta per iniziare a costruire la casa – II es. Mario sta per iniziare a correre nel parco. Esprimono entrambi gli esempi un’azione che sta per iniziare al momento che parla lo speaker, ma nel primo caso il concetto esprime un’idea precisa e ben limitata nel tempo (indipendentemente dalla durata della costruzione).  In sostanza quest’azione finirà quando Mario avrà edificato la casa. Al contrario nel secondo esempio Mario inizia a correre ma non presuppone un completamento quest’azione. L’enunciatore dice soltanto che inizia a correre ma quanto correrà non lo si sa. Insomma mentre nel primo caso c’è realmente un punto di arrivo nella frase, non vi è nel secondo. Nell’ambito della proposizione i due elementi fondamentali sono il paziente (colui che promuove l’azione) ed il paziente (colui che la subisce), questi due elementi sono collegati tra di loro per mezzo del verbo. Es. Mario mangia la mela, l’agente è Mario, il paziente è la mela, questi due sostantivi sono legati dal verbo “mangiare”. Nell’egiziano antico assume enorme importanza il come sono collocate nell’ambito della proposizione le parole. In linea di massima si può dire che nella proposizione egiziana va indicato anzitutto il predicato (eventualmente preceduto dalla particella proclitica jw) e poi il  soggetto.  In una frase a predicato avverbiale l’ordine è S + P,  in una a predicato aggettivale S + P, in una a predicato sostantivale (l’equivalente della relazione d’identità in G & M) si ha P + pw + S. Se il soggetto S è un pronome indipendente l’ordine è sempre  S + P. Le proposizioni possono essere autonome, non autonome sequenziali, non autonome circostanziali,  non autonome nominali e non autonome aggettivali.  Le autonome enunciano un concetto autonomo, completo (es. Mario mangia la mela ecc.). Le proposizioni non autonome sequenziali sono collegate ad un’altra proposizione (la main clause anglosassone) es.  egli andò a casa  e mangiò il pranzo. Quella in grassetto è la proposizione sequenziale strettamente collegata alla principale “egli andò a casa”.  In genere le sequenziali sono caratterizzate dalle particelle jx – xr – k3 -  le non autonome circostanziali , chiamate anche avverbiali , già viste in G & M sono proposizioni  sequenziali  legate alla principale per mezzo di una serie di preposizioni a seconda del caso (m  / m-xt / r-s3 / xft / r-tnw tp-a – Dr – r ecc.) aventi per soggetto   il  pronome dimostrativo sottinteso    Ø (ciò); non autonome nominali  sono prop. che assumono  la veste di soggetto o complemento oggetto  in una frase (quindi possono essere sequenziali o principali), le non autonome aggettivali  sono quelle che assumono la veste di aggettivo.

Le coniugazioni suffissali

A – perfettivo sDm.f chiamato anche indicativo appartiene alle forme verbali “accompli”. Usato frequentemente nell’Antico Regno nelle narrazioni, è sopravvissuto nel Medio Regno talvolta in forme al passato nelle narrazioni e soprattutto nelle negazioni n sDm.f .

B – aoristo è forma inaccompli iterativa. Soventer assume la forma circostanziale (es. wmt-ib pw m33.f s3.t = questo è robusto di cuore quandoi vede la moltitudine.

C il prospettivo sDm.(w).f  trattasi di forme verbali che esprimono azioni che ancora devono accadere. Se l’azione che deve ancora avvenire è certa si ha il prospettivo o futuro indicativo chiamato anche “il vecchio prospettivo” o il “futuro oggettivo”. Tale forma comunque nel medio regno viene sovente soppiantata dal congiuntivo.

D il congiuntivo sDm.f chiamato talvolta seppur impropriamente prospettivo esprime un’azione che deve ancora avvenire e che esprime incertezza nel verificarsi da parte del locatore.

E accompli sDm.n.f che Allen chiama perfetto serve ad evidenziare un’azione completa (cioè in un determinato termine previsto): Pertanto non deve confondersi con azione esprimente il passato anche se, in genere, si riferisce ad azioni passate.

F forma sostantiva personale mrr.f  appartiene alle forme inaccompli ed è usata generalmente  nelle proposizioni enfatiche (ottative).

G forme sDm.jn.f – sDm.xr.f – SDm.k3.f tutte forme sequenziali chiamate anche contingenti. La forma con l’infisso jn esprime in genere il proseguimento di un qualcosa, la seconda xr la necessità, la terza k3 in genere la prosecuzione nel futuro di un qualcosa.

H la forma sDm.t.f  esprime un’azione accompli  nella forma al passato.

forme verbali

3ae-lit

2ae-gem

3ae-inf

dare irr.

venire irr.

portare irr.

perfectif sDm.f

sDm

m3

mr

rdj

jj/jw

jn

accompli sDm.n.f

sDm.n

m3.n

mr.n

rdj.n/dj.n

jj.n/jw.n

jn.n

forma sDm.t.f

sDm.t

m33.t

mr.t

rdj.t

jj.t

jn.t

aoristo sDm.f

sDm

m33.t

mr

dj

jw

jn

prospettivo sDm(w).f

sDm.(w/j)

m33.t

mr.(w/j)

rdj

jw

jn

congiuntivo sDm.f

sDm

m3/m3.n

mr.(j)

dj

jw.t

jn.t

f.sostantivale mrr.f

sDm

m33

mrr

djdj

jw(w)

jnn

sDm.xr.f

sDm.xr

m33.xr

mr.xr

rdj.xr

 

jn.xr

sDm.k3.f

sDm.k3

m33.k3

mr.k3

rdj.k3

jw.k3

jn.k3

sDm.jn.f

sDm.jn

m3.jn

mr.jn

rdj.jn

jn.jn

jn.jn

 

L’imperativo

In egiziano non esiste che la II persona singolare o plurale, il radicale non presenta alcuna notazione della persona, al plurale può presentare (non sempre) una desinenza w o j .

Le forme pseudo – verbali

Possono essere di due tipi: a) perfetto antico (lo stativo) che evidenzia uno stato di fatto acquisito da un’azione avvenuta in precedenza. Quindi fa parte delle categorie verbali accompli. E’ caratterizzato da particolari suffissi diversi dai pronomi suffissi a noi ben noti (vedere l’argomento  stativo). b) Hr + infinito / m + infinito / r + infinito tutte forme non accompli. In entrambi i casi sintatticamente si ha soggetto + stativo, oppure soggetto  + Hr/m/r e infinito.

I participi 

La peculiarità dei participi consiste nell’avere  il doppio ruolo di verbo ed aggettivo al tempo stesso. M & W parlano di tre tipi di participio: l’accompli, l’inaccompli ed il prospectif. L’inaccompli attivo è caratterizzato dalla duplicazione delle forme geminate  e deboli. L’inaccompli passivo è simile all’attivo, soltanto viene in genere aggiunto il segno w nel genere maschile soltanto. L’accompli attivo è al contrario dell’inaccompli. I verbi deboli e geminati perdono la duplicazione. Nella forma accompli passiva i deboli ed i geminati perdono  la geminazione che viene sostituita in genere da una j. Il participio prospettivo passivo ed attivo sono forme poco usate.

Le forme relative

Le forme relative sono proposizioni collegate a proposizioni precedenti ove il soggetto della seconda (la relativa) esprime un soggetto differente dalla prima. Nel caso in cui invece la seconda proposizione ha lo stesso soggetto della prima vengono usate le forme participiali. Es. io ho visto il dio che (egli) ama gli uomini.  Si usa in tal caso il participio perché il soggetto è sempre lo stesso, seppur sottinteso. Se il soggetto differisce dal precedente (in una forma passiva) si usa il participio passivo, se al contrario trattasi di forma attiva si usa la forma relativa.In sostanza le forme relative sono proposizioni che si riferiscono ad una precedente con la particolarità che acquistano  la funzione aggettivale relativa alla precedente proposizione e sono sempre forme attive. Es.  un uomo che io ho amato, in tal caso “che io ho amato” funge da aggettivo perché qualifica il soggetto che “l’uomo”.

James P. Allen

La grammatica di Allen è una delle più note ed all’avanguardia oggi. Si riporta qui di seguito una sintesi  del come l’autore americano ha impostato l’Argomento relativo alle forme verbali.

Forme relative

Sono particolari forme participiali ove la proposizione relativa è del tipo indiretto (i.e.  il soggetto è diverso dal soggetto della proposizione principale o dall’antecedente). Es. il padre a cui suo figlio ascolta (il soggetto della proposizione relativa indiretta è “suo figlio” ed è diverso  dall’antecedente  “il padre” che in tal caso assume il ruolo di complemento oggetto della proposizione relativa indiretta ( il figlio che ascolta suo  padre). Essendo il soggetto della proposizione relativa indiretta diverso dall’antecedente nelle lingue occidentali come la nostra non è possibile usare il participio unico, in egiziano sì letteralmente sarebbe “il padre che suo figlio ascolta a lui”

tipo

desinenza

perfettivo relativo

y

imperfettivo relativo

w / y raro

perfetto relativo

n

Il verbo 3ae ult inf ed il geminato 2ae-gem raddoppiano nella forma imperfettiva.

Participio

Servono come aggettivo (comprendono anche il gerundio ). Es. pane tostato significa pane che è stato tostato i.e. il pane il quale è stato tostato “il quale è stato tostato” viene tutto riassunto in “tostato” e sintetizza una proposizione relativa diretta (perché il soggetto della proposizione relativa “il quale è stato tostato” è lo stesso della parola antecedente “il pane”.

I perfettivo attivo: nessun segno di desinenza

II imperfettivo attivo: \\ (j) / y  nelle forme maschili, nessuna desinenza nelle femminili

III perfettivo passivo:  w / y (raro) nel singolare maschile, nelle altre forme ness. des. – i verbi deboli hanno sempre y

IV imperfettivo passivo: w nel masch. singolare, nessuna desinenza per il resto. 

V perfettivo passivo geminato: 2ae-lit maschile des. in \\ (j), ness. des. nelle femm.

A prescindere dalle desinenze i participi hanno genere e numero come i sostantivi

I verbi deboli 3ae e geminati raddoppiano nelle forme imperfettive

Stativo

Lo stativo evidenzia un’azione  statica relativa ad una precedente azione (la tavola è apparecchiata evidenzia uno stato di fatto fermo relativa all’apparecchiatura avvenuta in epoca precedente all’azione espressa dallo speaker).

1s

kw

kwj

k

2s

tj

t

tw

3ms

w

 

 

3fs

tj

t

tw

1pl

wjn

wn raro

 

2pl

tjwnj

3nj

3n

3pl

wjn

wn raro

y

Perfettivo

Esprime semplicemente  un’azione (atemporale e amodale). Caduto in disuso nel Medio Regno.  Si usa la forma sDm.n.f (vedere)

Imperfettivo

Esprimono azione incompleta, ripetitiva  (aoristo) Particolare caratteristica le forme xr .f sDm.f (xr denota una necessità) es. xr.f sDm.f “egli deve ascoltare) la forma xr poco usata nel congiuntivo -  usata anche la forma k3 e verbo, evidenzia un prosieguo di un discorso k3.f sDm.f “allora egli sente”

Perfetto descrive un’azione completata che può, eventualmente, ancora non essere avvenuta al momento dell’enunciazione da parte dello speaker (es. mario può dormire dopo aver fatto il suo lavoro) forma sDm.n.f

Congiuntivo chiamato anche da taluni “prospettivo” – esprime un’azione contingente, possibile o desiderata – non si usa la particella proclitica jw – anche nel congiuntivo esiste la forma  xr sDm.f ma in tal caso sempre con valore incerto / condizionale, possibile ecc. – analogo discorso vale per la forma  k3 sDm.f  (azione ipotetica, possibile ecc.)

Prospettivo e passivo

I prospettivo attivo – II prospettivo passivo – III passivo (esiste una sola forma)

Importante ricordarsi che trattasi di azione che ancora deve accadere ma si differenzia dal congiuntivo perché non esprime un’azione incerta, desiderabile ecc.  – esprime un’azione futura e basta sia nella forma attiva che passiva. Nel M.R. è in genere sostituito dal congiuntivo o dalla forma infinitivale r + infinito.

Altre forme infisse ecc. riepilogo

forme verbali tipiche

significato

esempi

particolarità / sintassi

sDm.tw.f

valore di passivo

il padre è ascoltato da mario

 

sDm.(w).n.f

passivo

 

desim. W prima del soggetto - senza geminazioni

sDm.f

forma attiva

mario ascolta il padre

VsdoSOA

sDm.m.f

forma passiva

 

forma arcaica radd. L'ult. Consonante in tutti i verbi

sDm.n.f

attiva compiuta

 

non raddoppia i geminati e ult-inf

sDm.t.f

narrativo passato

io riunii le mie membra

usato raramente

sDm.jn.f (arcaico)

ripresa narrativa

…allora S.M. lo uccise

usato solo in frasi principali

sDm.xr.f (arcaico)

ordine/necessità

devi tu - e simili

indica spesso azioni future da fare-solo in frasi princ.

sDm.k3.f

az. Future

sarai contento quando lo vedrai

az. Future dipeso da cond. Già viste-solo fr.principali

jn+sogg+sDm.f

part.introduttive

come sDm.jn.f

 

xr+sogg.+sDm.f

 ics

egli deve udire (come sDm.jn.f)

congiuntivo e imperfettivo - usato nel MR

k3+sogg+sDm.f

ics

allora egli sente…

simile a sDm.k3.f

Caratteristiche del verbo

Tempo presente- passato – futuro

Aspetto a- completezza (usata per indicare se un’azione  è completa od incompleta)

              B – ripetitiva (usata per indicare se un’azione è stata eseguita una o più volte)

Modo indicativo (l’azione indica uno stato di fatto)

           Congiuntiva (azione possibile – desiderabile – contingente)

Voce nei transitivi attiva / passiva (la voce indica la relazione tra il verbo ed il suo soggetto)

         Attiva  indica che il soggetto promuove l’azione (mario mangia la mela), il soggetto del verbo “mario” coincide con colui che promuove l’azione “agente” o “soggetto agente”, pertanto le due figure coincidono.

         Passiva indica che l’azione è subita dall’agente (la mela è mangiata da mario) in tal caso il soggetto del verbo è “la mela” e pertanto si differenzia da colui che promuove l’azione (mario) che è l’agente – in tal caso il soggetto del verbo è difforme dall’agente (cioè colui che promuove l’azione).

Parti del verbo  radice – tema – desinenza – suffissi – prefissi – infissi

VERBI

Transitivi descrivono un’azione che è trasferita dall’agente sul complemento oggetto (la ragazza mangia la mela). Particolare forma di verbi transitivi sono i “riflessivi” ove l’azione si trasferisce dall’agente alla stessa persona (il ragazzo condannò se stesso)

Intransitivi esprimono un’azione che non viene trasferita dall’agente ma resta al medesimo (il ragazzo è caduto al suolo)

Standard Theory

Ha avuto notevole eco e sostenitori nel dopoguerra la cosìdetta Standard Theory del tedesco  Hans Jakob  Polotsky (1905-1991) particolarmente trattata nell’opera The Transpositions of the Verb in Classical Egyptian (1976) ed Egyptian Tenses (1965). Il Polotsky fu allievo a Lipsia assieme al Gardiner di Kurt Sethe.  Questo autore studioso profondo della lingua e scrittura copta ha cercato sulla base di questa lingua di trasportare in quella  del Medio Regno alcune essenziali impostazioni riscontrate nel copto. Il concetto fondamentale sul quale poggia la Standard Theory è la dualità esistente tra la frase tipo (da qui il concetto di Standard) e la forma verbale. Lo studioso parte dal concetto che le frasi sono  solo e soltanto di tre tipi fondamentali: “frase sostantivale”, “aggettivale” ed “avverbiale”. La prima esprime il concetto di un sostantivo, ad es.  egli è un falegname.  Questo esempio intende appunto esprime l’idea di un sostantivo (nel caso in esame un falegname). Nella frase aggettivale si ha ad es. egli è buono. Questa frase intende esprimere una qualità rappresentata dall’aggettivo “buono”. Infine nel terzo caso  (frase avverbiale) si ha ad es. egli è in casa esprimente un avverbio di luogo  in casa). In italiano  le tre esemplificazioni sono praticamente identiche nella impostazione (egli è un falegname – egli è buono – egli è in casa). In egiziano la impostazione sintattica è differente. Infatti nel caso di frase sostantivale la stessa contiene il pronome dimostrativo pw = ciò / questo (che assume sempre  la funzione di soggetto) ed equiparrebbe alla cosiddetta relazione d’identità vista in Grandet  & Mathieu. In sostanza il senso della frase sarebbe questo / ciò è un falegname più precisamente egli. Nel secondo caso di frase aggettivale l’aggettivo precede il resto e quindi la costruzione sarebbe  è buono egli. Infine nel caso di frase avverbiale l’avverbio segue il soggetto . Fatte queste debite premesse le frasi tipo testé viste evidenziano due entità fondamentali statiche, da una parte il soggetto agente  “egli”, dall’altra  a seconda del caso  il sostantivo “falegname”,  l’aggettivo “buono” od infine l’avverbio “in casa”. Quindi due punti fondamentali: da una parte chi promuove l’azione (agente) e dall’altra chi la subisce (paziente). In “Mario mangia la mela” si ha il soggetto agente Mario, colui che promuove l’azione del mangiare, e la mela (l’elemento paziente), cioè  il sostantivo che subisce  l’azione promossa dal soggetto paziente. Questi due elementi fondamentali della frase così come sono non riescono però  ad esprimere un concetto esauriente, completo: es. Mario, la mela – egli falegname – egli buono – ecc. Onde avere completezza della frase necessita che tra questi due elementi statici si inserisca a far da ponte una idonea forma verbale. Il verbo in sostanza funge da saldatura  ai due elementi anzi descritti e ne da idonea completezza.  Es. Mario la mela, non ci da alcuna idea ma Mario mangia la mela sì.  Nelle altre esemplificazioni si è usata la copula “è”, ma ovviamente le forme verbali potrebbero essere tantissime. Egli è buono – egli fece il buono – egli tornò buono ecc. In tal caso si ha, come detto,  un senso completo della frase. Partendo da questi concetti il Polotsky  sviluppò  la teoria che  nella veste generale dovrebbe  essere applicabile a qualsiasi frase e proposizione, in un’ottica naturalmente che tenga conto della tipologia della frase se cioè a carattere sostantivale, aggettivale od avverbiale, tenendo conto dell’aspetto sintattico connesso alla tipologia di queste frasi.. Questo studioso elaborando tali concetti su base standard applicati alle  osservazioni condotte sul copto venne alla conclusione che le forme verbali possono avere due differenti “sfumature” una normale (proposizione avverbiale / sostantivale – aggettivale) e l’altra enfatica. In quest’ultima l’enfasi non è data dal verbo della proposizione bensì dal predicato avverbiale e/o nominale. Es. di  frase avverbiale:  Ra m pt = Ra (è) in cielo. Frase enfatica: xaa Ra m pt = è in cielo (m pt) che Ra appare. La teoria del Polotsky ha avuto molti sostenitori ma anche molte critiche. Queste ultime sono dovute al concetto che regole valide per il copto possono molto probabilmente non trovare idoneo riscontro nella lingua del Medio Regno risalente ad epoche anteriori di oltre un millennio. Allo stato attuale  la teoria standard viene pertanto in linea di massima  accettata  più che su base allargata su base ristretta, cioè applicabile solo in determinati casi.  Uno dei maggiori sostenitori di tale teoria oggi è il belga naturalizzato americano Leo Depuydt (cfr. di questo autore  The Standard Theory of the ‘emphatic forms’ in Orientalia Lovaniensia Periodica 1983. Per un approccio con questa teoria si consiglia di consultare l’ottimo lavoro di  Antonio Loprieno: Ancient Egyptian a linguistic introduction- Cambridge Un. Press, Cambridge  1996, .

Leo Depuydt

Depuydt insegna egittologia  alla Brown University R.I. La grammatica di questo studioso belga naturalizzato americano  risulta molto ancorata alla Standard Therory del Polotsky. Il verbo è trattato nel capitolo V della sua opera  Fundamentals of Egyptian Grammar I Elements ed. Frog Publishing Mass. Ogni parola (sostantivi – aggettivi – avverbi) descrivono un aspetto statico del pensiero e pertanto da sole non danno completezza alla frase.  Il verbo al contrario è parola che esprime movimento e pertanto da completezza alla proposizione, alla frase. Il verbo è anche l’antitesi dell’azione, cioè l’opposto del cambiamento (es. wnn = essere). Le forme verbali sono parole o gruppi di parole che denotano un’istanza di cambiamento. Che il Depuydt chiama processo. All’opposto del processo  è lo stato, l’immobilismo. Ogni processo verbale denota un  cambiamento in atto, vi è una forma verbale chiamata stativo che denota al momento che parla il locatore un immobilismo. Uno stato di fatto però che si è venuto a determinare a seguito di un processo  avvenuto in epoca precedente. Lo stativo  è una forma verbale del tutto particolare (molto comune nelle lingue semitiche) che in sostanza non trova riscontro nelle lingue occidentali. Infatti  nel mentre esprime il concetto di un verbo (es. la tavola è apparecchiata), al tempo stesso  esprime l’idea di una assoluta staticità nel senso cioè che il quadro offerto nella frase  non è soggetto ad un processo dinamico di evoluzione. La tavola è apparecchiata  esprime un’idea di un qualcosa di assolutamente statico e sotto questo aspetto è né più né meno alla stregua di un nome, è come dire tavola. Concetto di assoluta staticità ma contemporaneamente esprime la storicità  di un’azione che si è venuta a compiere in epoca precedente. La tavola è apparecchiata ma in epoche precedenti, non si sa quando, non lo era. Questo aspetto verbale e nominale all’un tempo è proprio la caratteristica della forma stativa che, tornasi a ripetere non trova  una corrispondente tipologia di espressione nelle lingue dell’occidente. Il Depuydt scannerizza la forma verbale sotto otto punti di vista che egli chiama dinesioni.  1 – tipologia dei suoni e classi delle radici; 2 – concetto  di classe della radice; 3 – inflessione; 4) componenti; 5 – negazione; 6 – voce; 7 – tempi; 8 – funzioni. L’intiero capitolo V è dedicato all’esame di queste otto dimensioni del sistema verbale egizio.

Antonio Loprieno

Docente di egittologia all’università di Los Angeles e di Basilea, questo autore in un’opera estremamente pregevole  dal titolo Ancient Egyptian – A linguistic ntroduction ed. Cambridge Un. Press, schematizza le forme verbali in relazione al tempo ed all’aspetto, evidenziandone le varie evoluzioni che intercorrono tra l’epoca antica (compreso il medio regno) e l’epoca tarda (compreso il demotico e copto). Suddivide le forme verbali in tre grandi categorie le finite, non finite forms e lo stativo Le forme finite possono essere trattate come frasi verbali predicative, come frasi nominali dopo le preposizioni, come frasi aggettivali (forme relative) ed infine come frasi avverbiali (nelle proposizioni circostanziali). Le forme finite sono composte dal tema verbale che scaturisce dalla radice maggiorata dai suffissi (incluso il suffisso sottinteso Ø) seguito poi dal soggetto che può essere un nome o pronome. Le forme non finite scaturiscono anch’esse dal tema verbale e sono le infinitivali, le infinitivali negative e le participiali. Le forme stative sono sempre legate a particolari pronomi suffissi e ciò che le caratterizza in particolar modo è il fatto che oltre al pronome suffisso in genere sono precedute dal soggetto (es.  t3 3q.w r 3w = tutta la terra è rovinata, ove t3 = la terra è il soggetto ed il verbo 3q è legato al suffisso w). Si riporta la tabella relativa alla morfologia verbale:

numero

persona

con. Suff.

stativo

forme non finite

singolare

1 m/f

sDm=j

(jw=j) sDm.kw

 

 

2m

sDm=k

(jw=k) sDm.tj

 

 

2f

sDm=T

(jw=T) sDm.tj

infinito

 

3 m . pron.

sDm=f

(jw=f) sDm.w

sDm "sentire"

 

3m. Nome

sDm rmT

(NP) sDm.w/sDm.tj

 

 

3 f . pron.

sDm=s

(jw=s) sDm.tj

 

 

3.f .nome

sDm Hjm.t

(NP) sDm.tj

forma negativa

duale

1

sDm=nj

 

sDm.w non sentire

 

2

sDm=Tnj

 

 

 

3

sDm=snj

(jw=snj/NP) sDm.wj

participi

 

 

 

femminile sDm.tj

sDm sentito m.

plurale

1

sDm=nj

(jw=n) sDm.wjn

sDm.t femm. S.

 

2

sDm=Tnj

(jw.Tn) sDm.twjn

sDm.w masch. Pl.

 

3 pronome

sDm=snj

(jw=sn) sDm.w/sDm.tj

sDm.t femm.pl.

 

3 nome

sDm rmT.w

(NP) sDm.w/sDm.tj

 

fonte elaborata da Loprieno pag. 74 cit. op.

[1] Per sintagma nominale si intende un insieme di parole composte da un nome seguito da un aggettivo (Mario ha mangiato un formaggio buono) od altro elemento che determina il nome. Il sintagma avverbiale è al contrario composto da parole che  hanno il senso di un avverbio  (il gatto è sulla tavola ecc.).

[2] Lessema ogni unità linguistica dotata di autonomia es. radice – nome – verbo ecc. Il lessema si contrappone al morfema che è parola che serve  a raccordare  dei lessemi (es. preposizioni – congiunzioni ecc.).

[3] Particella proclitica introduttiva del discorso intraducibile. Sta a significare  che il locatore introduce un discorso reale, certo.

[4] Il più diffuso è rd(j) verbo irregolare con significato di donare / dare e simili. Un elenco completo di questi verbi è alle pagg. 248-249 di G & M).

Opere consultate

Allen, James P.  Middle Egyptian – Cambridge Un. Press;

Betro’, Maria Carmela Geroglifici – Arnoldo Mondatori Editore;

Bresciani, Edda Nozioni elementari di grammatica demotica – Ed. ETS;

Budge, Sir E.A.Wallis An Egyptian Hieroglyphic Dictionary 2 vol.- Dover Publication Inc.;

Budge, Sir E.A.Wallis Egyptian Language – Dover Publications Inc.;

Champollion, Jean Jaques Grammaire Égyptienne – Paris 1836 ;

Collier, Mark & Manley, Bill Come leggere i geroglifici egizi – Giunti Editore;

Depuydt, Leo Fundamentals of Egyptian Grammar I elements – Frog Publishing 1999;

Donadoni, Sergio Appunti di grammatica egiziana – Ed. Cisalpino;

Faulkner, Raymond O. A concise Dictionary of Middle Egyptian – Griffith Institute;

Gardiner, Sir Alan H. Egyptian Grammar – Griffith Institute;

Grandet, Pierre & Mathieu, Bernard Cours d’Egyptien Hiéroglyphique – Éd. Khéops ;

Guay,  Michèl La langue Égyptienne au Moyen-Âge – Québec ;

Hannig, Rainer  Großes Handwörterbuch Ägyptisch-Deutsch – Philipp von Zabern 1995 ;

Johnson, Janet H.  The demotic verbal system – The Oriental Institute Chicago;

Johnson, Janet H.  Thus Wrote « Onchsheshonqy » - The Oriental Institute Chicago ;

Loprieno, Antonio Ancient Egyptian – Cambridge Un. Press;

Malaise, Michèl et Winand, Jean  Grammaire raisonnée de l’égyptien classique -  Ægyptiaca Leodiensia;

Orlandi, Tito Elementi di grammatica copto-saidica – C.I.M.;

Roccati, Alessandro Elementi di lingua Egizia – Thélème

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