XIX
Grammatiche comparate e bibliografia
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Come
accennato in altra parte del presente lavoro esistono differenti
impostazioni tra gli studiosi circa la illustrazione dell’aspetto
morfologico e sintattico della lingua egiziana antica. Queste sostanziali
differenze, rilevabili soprattutto nelle forme verbali,
dipendono dal fatto che trattasi di disciplina giovane, tuttora
ancora in continua evoluzione. Non
è possibile ovviamente poter fornire un quadro globale delle varie
impostazioni sintattico – grammaticali rese dai vari autori. In questo
capitolo cercherò semplicemente di dare qualche cenno delle maggiori
peculiarità contenute nelle varie grammatiche che attualmente risultano
maggiormente quotate. All’indomani della scoperta dei geroglifici e la
stesura della grammatica da parte di Champollion (pubblicazione che
avvenne in epoca successiva alla morte dello stesso, da parte del fratello
Champollion Figeac dal titolo Grammaire égyptienne par Champollion le
jeune, Paris 1836)), nella seconda metà dell’ottocento si affermò la
cosìdetta scuola di Berlino capeggiata da Adolf Erman e dai suoi allievi
Kurt Sethe, Georg Steindorff, E. Edel , W. Westendorf, Hermann Grapow
ecc., la quale ebbe il grande merito di dare organicità alla nuova
disciplina dell’egittologia. I punti salienti furono: a) suddivisione
della lingua in due grandi periodi chiamati Altägyptisch e Neuägyptisch
corrispondenti all’antico egiziano
e tardo egiziano; b) creazione
della impalcatura sulla quale poggia la intera materia morfo-sintattica;
c) realizzazione del monumentale Wőrterbuch der ägyptischen Sprache
di Adolf Erman e Hermann Grapow a tuttoggi la più completa opera
lessicografica sulla lingua egiziana antica.
La Scuola di Berlino si fondò sul cosìdetto semitocentrismo.
Questo metodo adottò in sostanza quello usato per le lingue semitiche,
quindi i termini, la impostazione del sistema verbale, la traslitterazione
ecc. Meccanismi ancor oggi imperanti (si pensi ai sistemi verbali
che suddividono la radice in
monolitteri – bilitteri -
geminati – deboli ecc. ecc.). Alcuni allievi del Sethe, A.H. Gardiner
(celeberrima la sua opera Egyptian Grammar I ed. 1927) e B. Gunn dettero
nella prima metà del secolo scorso una nuova impronta allo studio della
grammatica egiziana antica. Essi abbandonarono sotto certi aspetti il
sistema semitocentrista della scuola berlinese, cercando di dare
un’impronta morfo-sintattica più affine alle lingue europee. Venne così
alla luce il cosìdetto
sistema “eurocentrico”. Analisi della frase, studio delle forme
verbali direi su base nuova, concependo in sostanza
l’aspetto soprattutto sintattico
imperante nelle lingue europee. Un altro allievo del Sethe H.J.
Polotsky dette poi verso la metà del XX secolo una ulteriore impronta con
la cosìdetta “standard theory” (cfr. nel prosieguo del presente
capitolo). L’elenco
degli studiosi che si cimentarono tra l’ottocento e novecento nel
redigere grammatiche sono diversi, tra i tanti rammento
i nostri Donadoni, Roccati, Pernigotti, Bresciani, e poi Adriaan de
Buck (1892-1959) egittologo olandese con l’opera in francese
“Grammaire élémentare du Moyen égyptien”, il francese Gustave
Lefebvre (1879-1957) con il famoso lavoro
“Grammaire de l’égyptien classique” Il Cairo 1940,
l’inglese E.A.Wallis Budge. Mi limito nel presente capitolo a riportare
alcuni tra i più significativi studiosi
di oggi, coloro che meglio esprimono la evoluzione dello studio
della lingua egiziana antica dando alcuni cenni per quanto detto in
precedenza, soltanto alle problematiche concernenti l’aspetto più
complesso di questa lingua e cioè le forme verbali. Grandet & Mathieu Al
pari delle altre grammatiche, come in precedenza accennato,
le difformità di maggior rilievo concernono il sistema verbale e
la costruzione della proposizione. Punto di partenza di questi autori
francesi nella loro esposizione è il concetto di proposizione (proposition).
In sintesi un raggruppamento di parole
pronunciate dal locutore (cioè colui che esprime queste parole) all’interlocutore
(colui che ascolta le parole del locutore e che eventualmente intesse con
questi un dialogo) che individuano l’esistenza di una relazione
di situazione [es.
il gatto (A) è sulla tavola (S)]
o relazione d’identità [il
gatto (A) è un felino (I)].
Negli esempi citati A è sempre il soggetto della proposizione (soggetto
agente, cioè colui che promuove l’azione) ed S-I il predicato
rispettivamente S per la relazione di situazione ed I per quella
d’identità. Quindi la proposizione (in ingl. clause) è formata dal
soggetto e dal predicato. La sostanziale differenza tra
la relazione di situazione e d’identità sta nel fatto che
la prima esprime una determinata e momentanea situazione soggetta a
continui cambiamenti (il gatto è sulla tavola nel
momento in cui parla il locutore), al contrario la seconda evidenzia
uno status non soggetto a
modifiche (il gatto sarà sempre
un felino). Pertanto si può definire la proposizione un enunciato che
esprime un qualcosa di compiuto.
Ad es. il gatto è sulla tavola
esprime un concetto ben chiaro di un qualcosa, al contrario le sole
parole di è sulla tavola od
anche semplicemente il gatto non
hanno senso di completezza e pertanto finiscono per essere enunciati
incomprensibili. Il senso della compiutezza
viene espresso o da un verbo unito ad un nome – pronome – sintagma
nominale o dalla copula. Nel caso di relazione di situazione si ha un
predicato avverbiale (è sulla tavola = avverbio di luogo i.e. qui, lì
ecc.), nel caso di relazione d’identità si ha un predicato nominale [1]
(è un felino). Sintatticamente si
ha in italiano soggetto + predicato, al contrario in egiziano
la struttura varia a seconda della natura del predicato. Le
proposizioni possono essere a predicato avverbiale oppure preposizioni a
predicato nominale. La proposizione
a predicato avverbiale (PPA) può essere senza lessema verbale o con
lessema [2]
verbale. La PPA in egiziano
sintatticamente rispecchia
la seguente progressione jw [3]
+ soggetto + predicato [es.
jw + b3k (il servitore) + xr (sul) nh.t (sicomoro)].
Quando vi sono delle PPA sequenziali o sequenziali
circostanziali alla principale, la particella enunciativa nelle
successive PPA viene omessa essendo sottintesa. La PPA senza lessema verbale quando è
introdotta dalla particella jw esprime
sempre il presente, quando vuole esprimere un tempo al passato usa
wn (essere / divenire), es. wn
b3k Xr nh.t = il servitore era sul sicomoro. Se al contrario vuol esprimere il
futuro si ha wnn, es.
wnn b3k Xr nh.t = il
servitore sarà sul sicomoro. Quindi l’assenza di jw significa
un tempo non al presente. Nella
proposizione a predicato nominale (PPN) al contrario della PPA il predicato
precede il soggetto e questo
è quasi sempre espresso dal pronome dimostrativo pw
= questo. Per cui rifacendoci al
precedente esempio il gatto è un
felino (relazione d’identità) in egiziano
si ha: questo è un felino,
il gatto il cui senso è:
è un felino (più
precisamente) il gatto. Altra
caratteristica saliente della PPN è l’assenza della particella
introduttiva jw e dipende dal fatto che
la PPN a proposizione atemporale, non è soggetta mai a modifica
(il gatto sarà sempre un felino). Mentre nella PPA (il gatto è sulla
tavola) l’indicatore di enunciazione
serve a rimarcare quel particolare momento contingentale. Esempio
di PPN: b3k pw sS = b3k (servitore) pw (questo è) predicato nominale +
sS lo scriba l’agente
la proposizione. Quindi se si vuol esprimere un concetto di situazione
(es. lo scriba è un servitore cioè in questo momento funge da servitore)
si scriverà: jw + sS + m bAk, frase che da il concetto di momentaneità,
di temporalità della
proposizione. Se invece si vuol indicare uno status
di identità statico atemporale, cioè lo
scriba è un servitore punto e basta, si userà la forma PPN:
bAk pw sS. Altro elemento saliente della PPN è rappresentato dal
fatto che il predicato al contrario della PPA precede il soggetto (il
gatto è un felino = questo è un
felino, più precisamente “il gatto”). Dal precedente esempio si
deduce che nella PPN il
soggetto è sempre un pronome (pw = questo) seguito dal resto del
predicato ed infine dal soggetto. In pratica si ha come una specie di
duplicazione del soggetto, ove il secondo (il gatto nell’es.) sarebbe il
soggetto nella nostra lingua. Il sintagma completivo (prospettivo / infinitivo / imperativo) Le cosiddette forme prospettive – infinitive – imperative sono chiamate nominali perché sono tutte ascrivibili all’indicativo, come se fossero dei veri e propri nomi (in sostanza non vi è differenza tra indicativo, congiuntivo ecc. come nelle nostre grammatiche). Esistono alcuni verbi transitivi detti operatori [4] che esprimono un’azione che da luogo ad una seconda azione contenuta nello stesso predicato verbale (PPA con lessema verbale). La seconda azione generata dal verbo operatore assume la veste di complemento oggetto nelle forme prospettive e infinitive. Pertanto il verbo contenuto nel complemento oggetto del PPA con lessema verbale viene chiamato prospectif complétif / infinitif complétif. Es. io dono dei fichi affinché egli mangi (io soggetto + dono dei fichi affinché egli mangi predicato -PPA con lessema verbale - contenente il verbo operatore rdj = dono “dei fichi” che a sua volta, nell’ambito dello stesso predicato genera una seconda azione assumente valenza di complemento oggetto = affinché egli mangi (prospectif complétif). In sostanza io dono dei fichi affinché egli mangi significherebbe “fai in modo che egli mangi”. Analogo discorso vale in linea di massima per il prospectif infinitif : io faccio in modo di … mangiare. I verbi transitivi operatori che hanno per complemento oggetto dei prosp. complétif li possiamo trovare nelle forme progressif – allatif – aorist, nella solita progressione a noi nota: jw + soggetto + predicato. Una particolare categoria di verbi “operativi” è data dai cosìdetti verbi volitivi (volere – desiderare che / non volere che). Qualora il verbo complemento oggetto (nella forma progressiva) dipende da un verbo volitivo quest’ultimo viene sottintesto [es. wnm.f = che egli mangi! starebbe per (jw.j Hr mrt ) wnm.f )]. Come si nota la particella proclitica jw .j ed Hr mrt che significano io per il desiderare ecc. vengono omessi. Le due forme volitive sono la ottativa (desiderabile) e jussiva (impositiva, i.e. un comando). In queste ipotesi la forma prospettiva viene detta autonoma perché (solo in apparenza) sembrerebbe non legata ad un verbo operatore. L’imperativo è praticamente una specie di prospettivo autonomo con valore jussivo, di comando. Proposizione a predicato nominale PPN La PPN, come accennato, esprime una situazione d’identità, quindi la fondamentale caratteristica è quella della atemporalità. Il gatto è un felino, il servo è uno scriba ecc. esprimono l’idea di uno status, di una caratteristica permanente del soggetto. Contrariamente alla PPA ove l’ordine di progressione della proposizione è jw + soggetto + predicato, nella PPN si ha il contrario predicato + soggetto. In tale tipo di proposizione il soggetto sarà, come accennato in altra sede, il pronome pw o sottintesto (Ø): Es. il gatto è un felino diventa questo è un felino, il gatto. La omissione di pw si ha soprattutto nelle forme arcaiche, nel medio regno pw è sempre presente in linea di massima. Nel caso di PPN con lessema verbale il verbo viene generalmente anteposto al pronome pw. Es. wnm pw, bwt.j letteralmente: questo (è) il mangiare, una mia abominazione (infinito predicato bwt.j), il che sostanzialmente significherebbe una mia abominazione è il mangiare. Qualora nel predicato di una PPN vi è un pronome lo stesso prende il nome di pronome indipendente. L’accompli La
fondamentale differenza tra il non accompli e l’accompli sta nel fatto
che nel primo caso l’azione non è completata (es. il
gatto mangia i.e. sta mangiando,
“non ha ancora finito di mangiare”).
L’accompli al
contrario esprime un’azione che al momento dell’enunciazione
dell’azione la stessa si è già completata (es. il
gatto ha mangiato i.e. ha finito
di mangiare quindi trattasi di azione che al momento
dell’enunciazione si è completata in toto). La differenza tra accompli e non accompli ovviamente non
ha nulla a che vedere con i tempi dell’azione (il gatto ha mangiato
accompli presente – aveva mangiato
accompli passato – avrà mangiato
accompli futuro). Nel caso del non accompli si ha: il gatto mangia non accompli presente – il gatto mangiava non
accompli passato – mangerà
non accompli futuro. Nell’accompli bisogna fare distinzione tra i verbi
transitivi e intransitivi. Nel caso dei verbi transitivi (cioè verbi che
possono avere un complemento oggetto) nella nostra lingua si ha una
forma attiva ed una passiva. Forma attiva di un verbo transitivo: es. Mario
ha mangiato la mela ove Mario è l’agente
della proposizione, cioè colui che promuove l’azione (soggetto agente),
ha mangiato la mela è il
predicato verbale ove “la mela” è complemento oggetto chiamato paziente (cioè colui che subisce l’azione promossa dal soggetto
agente). Nelle forme passive di verbi transitivi il soggetto della
proposizione è il paziente che in tal caso chiamasi soggetto
paziente. Nel caso del nostro esempio si ha: la mela (soggetto paziente) è
stata mangiata da Mario (agente ma non più soggetto agente). Quindi
nella forma passiva la proposizione viene completamente ribaltata. Nei
verbi intransitivi non si ipotizza naturalmente il caso di complemento
oggetto o d’agente (vedi forma passiva del transitivo). Es. Mario è partito. In tal caso il soggetto Mario è agente e paziente
al tempo stesso. La forma sintattica dell’accompli è praticamente
uguale alla forma PPA con lessema verbale (jw + sogg. + predicato). I
verbi geminati perdono la
geminazione e i deboli non raddoppiano l’ultima lettera del radicale.
Caratteristica saliente dell’accompli (che nel predicato genera la forma
verbale chiamata parfait) è il fatto che mentre nella nostra lingua, come si è
visto, i verbi transitivi
possono avere una forma attiva ed una passiva, in egiziano hanno sempre una forma passiva. Es. egli (soggetto agente)
ha mangiato dei fichi (in
italiano), diventa dei fichi
(soggetto paziente) sono stati
mangiati da lui (in egiziano). Per i verbi intransitivi il problema
non si pone perché esiste sia in italiano che in egiziano un’unica
forma (es. Mario è partito).
La forma passiva (unica come visto) dei verbi transitivi in
egiziano può essere accompli non
agentiel (il predicato verbale è espresso dal solo verbo es. dei
fichi sono stati mangiati jw d3b wnm(w), accompli
agentiel. In quest’ultimo caso nel
predicato compare anche il
complemento d’agente (es. dei fichi sono stati mangiati dal
servo jw d3b.w (dei fichi – soggetto paziente) wnm.w (sono stati
mangiati - predicato verbale) jn b3k (dal servo – complemento
d’agente). Nel caso dei
verbi intransitivi si ha jw (particella
d’enunciazione) b3k.t (serva – soggetto agente / paziente) nfr.t (è
bella predicato). Proposizioni sequenziali e circostanziali Tutte
le proposizioni accompli possono essere sequenziali o proposizioni
sequenziali-circostanziali. Una proposizione può essere unica (es. Mario ha mangiato
la mela) oppure principale (ingl. main clause), in tal caso segue alla stessa una
seconda proposizione strettamente collegata alla prima chiamata sequenziale
(ingl. subordinate clause). Es. il
servo è sul sicomoro ed è in buona salute. In tal caso la
proposizione principale è “il servo è sul sicomoro” a cui segue la proposizione sequenziale
“ed è in buona salute”. –
jw b3k Xr nh.t (jw.f) snb.w Si noterà in questa esemplificazione la
omissione della particella enunciativa nonché il relativo soggetto f
nella sequenziale (infatti jw.f non compare).
Chiariti questi punti fondamentali della proposizione sequenziale,
la proposizione circostanziale non è altro che una PPA sequenziale
avente per soggetto il pronome dimostrativo
ciò / questo o sottinteso Ø
. Tutte le proposizioni circostanziali contengono una forma di
preposizione introdotta (quando
/ dopo ché / perché ecc.)
che sta ad indicare il concetto che la sequenziale è dovuta ad una
“circostanza” legata alla proposizione principale. (es. egli mangia dei fichi dopo
aver bevuto la birra – jw.f Hr wnm d3b.w (jw) Ø
m-xt swr.n.f H(n)q.t dove:
jw.f = egli (soggetto della p. principale) Hr wnm (nel mangiare Hr + inf.
progressif non accompli) d3b.w (fichi), (jw) Ø (nelle p. sequ. si omette
il soggetto e la part. proclitica) m-xt (dopo
preposizione che da il crisma alla sequenziale-circostanziale) swr.n.f
(aver bevuto forma di perfetto) H(n)q.t (birra). Malaise & Winand Questi
autori belgi partono dal concetto fondamentale dell’esame dell’azione
verbale in relazione al punto di
vista enunciativo. L’enunciazione
può essere di due tipi, enunciazione nel contesto di una
narrazione o di un discorso. Nel primo caso i fatti esposti dal narratore
concernono accadimenti estranei al momento dell’enunciazione (i.e.
projettati in un contesto diverso dalla realtà ). Nel secondo caso ci si
trova innanzi ad enunciazioni contemporanee che avvengono tra il locutore
e l’interlocutore. Questi due punti di vista dell’enunciazione non
sono ovviamente sempre distinti e possono talvolta
essere misti, gli autori di fronte a questi limiti ed incertezze
fondano i concetti della linguistica egizia sulla base del discorso
narrativo. Chiariti questi concetti di base, il processo verbale è
fondato sulla temporalità intesa questa in senso lato. Questa azione
può essere accompli o non accompli
in relazione al momento dell’enunciazione da parte del locutore.
I Es. egli ha abbattuto la porta è
un’azione accompli (compiuta) nel momento in cui si è espresso il
locutore . II es. egli sta
abbattendo la porta è un’azione non accompli (incompiuta) nel
momento in cui parla il locutore. Chiamasi moment
de référence quella parte dell’azione descritta dal locutore che
pertanto può essere accompli o non accompli. Ma la temporalità
è un termine estremamente estensivo nell’ambito
dell’enunciazione. I Es. Mario sta
per iniziare a costruire la casa – II es. Mario sta per iniziare a correre nel parco. Esprimono entrambi gli
esempi un’azione che sta per iniziare al momento che parla lo speaker,
ma nel primo caso il concetto esprime un’idea precisa e ben limitata nel
tempo (indipendentemente dalla durata della costruzione).
In sostanza quest’azione finirà quando Mario avrà edificato la
casa. Al contrario nel secondo esempio Mario inizia a correre ma non
presuppone un completamento quest’azione. L’enunciatore dice soltanto
che inizia a correre ma quanto correrà non lo si sa. Insomma mentre nel
primo caso c’è realmente un punto di arrivo nella frase, non vi è nel
secondo. Nell’ambito della proposizione i due elementi fondamentali sono
il paziente (colui che promuove l’azione) ed il paziente (colui che la
subisce), questi due elementi sono collegati tra di loro per mezzo del
verbo. Es. Mario mangia la mela, l’agente è Mario, il paziente è la
mela, questi due sostantivi sono legati dal verbo “mangiare”.
Nell’egiziano antico assume enorme importanza il come sono collocate
nell’ambito della proposizione le parole. In linea di massima si può
dire che nella proposizione egiziana va indicato anzitutto il predicato
(eventualmente preceduto dalla particella proclitica jw) e poi il
soggetto. In una frase
a predicato avverbiale l’ordine è S + P,
in una a predicato aggettivale S + P, in una a predicato
sostantivale (l’equivalente della relazione d’identità in G & M)
si ha P + pw + S. Se il soggetto S è un pronome indipendente l’ordine
è sempre S + P. Le
proposizioni possono essere autonome, non autonome sequenziali, non
autonome circostanziali, non
autonome nominali e non autonome aggettivali.
Le autonome enunciano un concetto autonomo, completo (es. Mario
mangia la mela ecc.). Le proposizioni non autonome sequenziali sono
collegate ad un’altra proposizione (la main clause anglosassone) es.
egli andò a casa e mangiò il pranzo. Quella in grassetto è la proposizione
sequenziale strettamente collegata alla principale “egli andò a
casa”. In genere le
sequenziali sono caratterizzate dalle particelle jx
– xr – k3 - le non
autonome circostanziali , chiamate anche avverbiali , già viste in G
& M sono proposizioni sequenziali
legate alla principale per mezzo di una serie di preposizioni a
seconda del caso (m
/ m-xt / r-s3 / xft / r-tnw tp-a – Dr – r ecc.) aventi per
soggetto il
pronome dimostrativo sottinteso
Ø (ciò); non autonome nominali
sono prop. che assumono la
veste di soggetto o complemento oggetto
in una frase (quindi possono essere sequenziali o principali), le
non autonome aggettivali sono
quelle che assumono la veste di aggettivo. Le coniugazioni suffissali A – perfettivo
sDm.f chiamato anche indicativo appartiene alle forme verbali “accompli”.
Usato frequentemente nell’Antico Regno nelle narrazioni, è
sopravvissuto nel Medio Regno talvolta in forme al passato nelle
narrazioni e soprattutto nelle negazioni n sDm.f . B – aoristo
è forma inaccompli iterativa. Soventer assume la forma circostanziale
(es. wmt-ib pw m33.f s3.t = questo è robusto di cuore quandoi vede la moltitudine. C il prospettivo
sDm.(w).f trattasi di forme
verbali che esprimono azioni che ancora devono accadere. Se l’azione che
deve ancora avvenire è certa si ha il prospettivo o futuro indicativo
chiamato anche “il vecchio prospettivo” o il “futuro oggettivo”.
Tale forma comunque nel medio regno viene sovente soppiantata dal
congiuntivo. D il congiuntivo
sDm.f chiamato talvolta seppur impropriamente prospettivo esprime
un’azione che deve ancora avvenire e che esprime incertezza nel
verificarsi da parte del locatore. E accompli
sDm.n.f che Allen chiama perfetto serve ad evidenziare un’azione
completa (cioè in un determinato termine previsto): Pertanto non deve
confondersi con azione esprimente il passato anche se, in genere, si
riferisce ad azioni passate. F forma
sostantiva personale mrr.f appartiene
alle forme inaccompli ed è usata generalmente
nelle proposizioni enfatiche (ottative). G forme
sDm.jn.f – sDm.xr.f – SDm.k3.f tutte forme sequenziali chiamate
anche contingenti. La forma con l’infisso jn esprime in genere il
proseguimento di un qualcosa, la seconda xr la necessità, la terza k3 in
genere la prosecuzione nel futuro di un qualcosa. H la
forma sDm.t.f esprime
un’azione accompli nella
forma al passato.
L’imperativo In
egiziano non esiste che la II persona singolare o plurale, il radicale non
presenta alcuna notazione della persona, al plurale può presentare (non
sempre) una desinenza w o j
. Le forme pseudo – verbali Possono
essere di due tipi: a) perfetto antico (lo stativo) che evidenzia uno
stato di fatto acquisito da un’azione avvenuta in precedenza. Quindi fa
parte delle categorie verbali accompli. E’ caratterizzato da particolari
suffissi diversi dai pronomi suffissi a noi ben noti (vedere l’argomento
stativo). b) Hr + infinito / m + infinito / r + infinito tutte
forme non accompli. In entrambi i casi sintatticamente si ha soggetto +
stativo, oppure soggetto + Hr/m/r
e infinito. I participi La
peculiarità dei participi consiste nell’avere
il doppio ruolo di verbo ed aggettivo al tempo stesso. M & W
parlano di tre tipi di participio: l’accompli, l’inaccompli ed il
prospectif. L’inaccompli attivo è caratterizzato dalla duplicazione
delle forme geminate e deboli.
L’inaccompli passivo è simile all’attivo, soltanto viene in genere
aggiunto il segno w nel genere maschile soltanto. L’accompli attivo è
al contrario dell’inaccompli. I verbi deboli e geminati perdono la
duplicazione. Nella forma accompli passiva i deboli ed i geminati perdono
la geminazione che viene sostituita in genere da una j. Il
participio prospettivo passivo ed attivo sono forme poco usate. Le forme relative Le
forme relative sono proposizioni collegate a proposizioni precedenti ove
il soggetto della seconda (la relativa) esprime un soggetto differente
dalla prima. Nel caso in cui invece la seconda proposizione ha lo stesso
soggetto della prima vengono usate le forme participiali. Es. io ho visto
il dio che (egli) ama gli uomini. Si
usa in tal caso il participio perché il soggetto è sempre lo stesso,
seppur sottinteso. Se il soggetto differisce dal precedente (in una forma
passiva) si usa il participio passivo, se al contrario trattasi di forma
attiva si usa la forma relativa.In sostanza le forme relative sono
proposizioni che si riferiscono ad una precedente con la particolarità
che acquistano la funzione
aggettivale relativa alla precedente proposizione e sono sempre forme
attive. Es. un uomo che
io ho amato, in tal caso “che io ho amato” funge da aggettivo
perché qualifica il soggetto che “l’uomo”. James P. Allen La
grammatica di Allen è una delle più note ed all’avanguardia oggi. Si
riporta qui di seguito una sintesi del
come l’autore americano ha impostato l’Argomento relativo alle forme
verbali. Forme relative Sono
particolari forme participiali ove la proposizione relativa è del tipo indiretto
(i.e. il soggetto è diverso
dal soggetto della proposizione principale o dall’antecedente). Es. il padre a cui suo figlio ascolta (il soggetto della proposizione
relativa indiretta è “suo figlio” ed è diverso
dall’antecedente “il
padre” che in tal caso assume il ruolo di complemento oggetto della
proposizione relativa indiretta ( il figlio che ascolta suo
padre). Essendo il soggetto della proposizione relativa indiretta
diverso dall’antecedente nelle lingue occidentali come la nostra non è
possibile usare il participio unico, in egiziano sì letteralmente sarebbe
“il padre che suo figlio ascolta a lui”
Il verbo 3ae ult inf ed il geminato 2ae-gem raddoppiano nella forma imperfettiva. Participio Servono
come aggettivo (comprendono anche il gerundio ). Es. pane tostato
significa pane che è stato tostato i.e. il pane il quale è stato tostato
“il quale è stato tostato” viene tutto riassunto in “tostato” e
sintetizza una proposizione relativa diretta (perché il soggetto della
proposizione relativa “il quale è stato tostato” è lo stesso della
parola antecedente “il pane”. I perfettivo
attivo: nessun segno di desinenza II imperfettivo
attivo: \\ (j) / y nelle
forme maschili, nessuna desinenza nelle femminili III perfettivo
passivo: w / y (raro) nel
singolare maschile, nelle altre forme ness. des. – i verbi deboli
hanno sempre y IV imperfettivo
passivo: w nel masch. singolare, nessuna desinenza per il resto.
V perfettivo
passivo geminato: 2ae-lit
maschile des. in \\ (j), ness.
des. nelle femm. A
prescindere dalle desinenze i participi hanno genere e numero come i
sostantivi I
verbi deboli 3ae e geminati raddoppiano nelle forme imperfettive Stativo Lo
stativo evidenzia un’azione statica
relativa ad una precedente azione (la tavola è apparecchiata evidenzia
uno stato di fatto fermo relativa all’apparecchiatura avvenuta in epoca
precedente all’azione espressa dallo speaker).
Perfettivo Esprime
semplicemente un’azione (atemporale
e amodale). Caduto in disuso nel Medio Regno.
Si usa la forma sDm.n.f (vedere) Imperfettivo Esprimono
azione incompleta, ripetitiva (aoristo)
Particolare caratteristica le forme xr
.f sDm.f (xr denota una necessità) es. xr.f sDm.f “egli deve ascoltare)
la forma xr poco usata nel congiuntivo -
usata anche la forma k3
e verbo, evidenzia un prosieguo di un discorso k3.f sDm.f “allora egli
sente” Perfetto descrive
un’azione completata che può, eventualmente, ancora non essere avvenuta
al momento dell’enunciazione da parte dello speaker (es. mario può
dormire dopo aver fatto il suo lavoro) forma sDm.n.f Congiuntivo chiamato
anche da taluni “prospettivo” – esprime un’azione contingente,
possibile o desiderata – non si usa la particella proclitica jw –
anche nel congiuntivo esiste la forma
xr sDm.f ma in tal caso
sempre con valore incerto / condizionale, possibile ecc. – analogo
discorso vale per la forma k3
sDm.f (azione ipotetica,
possibile ecc.) Prospettivo e passivo I
prospettivo attivo – II prospettivo passivo – III passivo (esiste una
sola forma) Importante
ricordarsi che trattasi di azione che ancora deve accadere ma si
differenzia dal congiuntivo perché non esprime un’azione incerta,
desiderabile ecc. – esprime
un’azione futura e basta sia nella forma attiva che passiva. Nel M.R. è
in genere sostituito dal congiuntivo o dalla forma infinitivale r +
infinito. Altre
forme infisse ecc. riepilogo
Caratteristiche del verbo Tempo
presente- passato – futuro Aspetto
a- completezza (usata per
indicare se un’azione è
completa od incompleta)
B – ripetitiva (usata per indicare se un’azione è stata
eseguita una o più volte) Modo
indicativo (l’azione indica
uno stato di fatto)
Congiuntiva (azione possibile – desiderabile – contingente) Voce
nei transitivi attiva / passiva
(la voce indica la relazione tra il verbo ed il suo soggetto)
Attiva indica che il
soggetto promuove l’azione (mario mangia la mela), il soggetto del verbo
“mario” coincide con colui che promuove l’azione “agente” o
“soggetto agente”, pertanto le due figure coincidono.
Passiva indica che l’azione è subita dall’agente (la mela è
mangiata da mario) in tal caso il soggetto del verbo è “la mela” e
pertanto si differenzia da colui che promuove l’azione (mario) che è
l’agente – in tal caso il soggetto del verbo è difforme dall’agente
(cioè colui che promuove l’azione). Parti
del verbo
radice – tema – desinenza – suffissi – prefissi – infissi VERBI
Transitivi
descrivono un’azione che è
trasferita dall’agente sul complemento oggetto (la ragazza mangia la
mela). Particolare forma di verbi transitivi sono i “riflessivi” ove
l’azione si trasferisce dall’agente alla stessa persona (il ragazzo
condannò se stesso) Intransitivi
esprimono un’azione che non
viene trasferita dall’agente ma resta al medesimo (il ragazzo è caduto
al suolo) Standard
Theory Ha
avuto notevole eco e sostenitori nel dopoguerra la cosìdetta Standard
Theory del tedesco Hans
Jakob Polotsky (1905-1991)
particolarmente trattata nell’opera The Transpositions of the Verb in
Classical Egyptian (1976) ed Egyptian Tenses (1965). Il Polotsky fu
allievo a Lipsia assieme al Gardiner di Kurt Sethe.
Questo autore studioso profondo della lingua e scrittura copta ha
cercato sulla base di questa lingua di trasportare in quella
del Medio Regno alcune essenziali impostazioni riscontrate nel
copto. Il concetto fondamentale sul quale poggia la Standard Theory è la
dualità esistente tra la frase
tipo (da qui il concetto di Standard) e la forma
verbale. Lo studioso parte dal concetto che le frasi sono
solo e soltanto di tre tipi fondamentali: “frase sostantivale”,
“aggettivale” ed “avverbiale”. La prima esprime il concetto di un
sostantivo, ad es. egli è un falegname. Questo
esempio intende appunto esprime l’idea di un sostantivo (nel caso in
esame un falegname). Nella frase
aggettivale si ha ad es. egli è
buono. Questa frase intende esprimere una qualità rappresentata
dall’aggettivo “buono”.
Infine nel terzo caso (frase
avverbiale) si ha ad es. egli è in
casa esprimente un avverbio di luogo
…in casa). In italiano le
tre esemplificazioni sono praticamente identiche nella impostazione (egli
è un falegname – egli è buono – egli è in casa). In egiziano la
impostazione sintattica è differente. Infatti nel caso di frase
sostantivale la stessa contiene il pronome dimostrativo pw = ciò
/ questo (che assume sempre
la funzione di soggetto) ed equiparrebbe alla cosiddetta relazione
d’identità vista in Grandet &
Mathieu. In sostanza il senso della frase sarebbe questo
/ ciò è un falegname più precisamente
egli. Nel secondo caso di frase aggettivale l’aggettivo precede il
resto e quindi la costruzione sarebbe
è buono egli. Infine nel caso di frase avverbiale l’avverbio
segue il soggetto . Fatte queste debite premesse le frasi tipo testé
viste evidenziano due entità
fondamentali statiche, da una parte il soggetto
agente “egli”,
dall’altra a seconda del
caso il sostantivo
“falegname”, l’aggettivo “buono” od infine l’avverbio
“in casa”. Quindi due punti fondamentali: da una parte chi promuove
l’azione (agente) e dall’altra chi la subisce (paziente). In “Mario
mangia la mela” si ha il soggetto agente Mario, colui che promuove
l’azione del mangiare, e la mela (l’elemento paziente), cioè
il sostantivo che subisce l’azione
promossa dal soggetto paziente. Questi due elementi fondamentali della
frase così come sono non riescono però
ad esprimere un concetto esauriente, completo: es. Mario, la mela
– egli falegname – egli buono – ecc. Onde avere completezza della
frase necessita che tra questi due elementi statici si inserisca a far da
ponte una idonea forma verbale. Il verbo in sostanza funge da saldatura
ai due elementi anzi descritti e ne da idonea completezza.
Es. Mario la mela, non ci
da alcuna idea ma Mario mangia la
mela sì. Nelle altre
esemplificazioni si è usata la copula “è”, ma ovviamente le forme
verbali potrebbero essere tantissime. Egli è buono – egli fece il buono
– egli tornò buono ecc. In tal caso si ha, come detto,
un senso completo della frase. Partendo da questi concetti il
Polotsky sviluppò
la teoria che nella
veste generale dovrebbe essere
applicabile a qualsiasi frase e proposizione, in un’ottica naturalmente
che tenga conto della tipologia della frase se cioè a carattere
sostantivale, aggettivale od avverbiale, tenendo conto dell’aspetto
sintattico connesso alla tipologia di queste frasi.. Questo studioso
elaborando tali concetti su base standard applicati alle
osservazioni condotte sul copto venne alla conclusione che le forme
verbali possono avere due differenti “sfumature” una normale
(proposizione avverbiale / sostantivale – aggettivale) e l’altra
enfatica. In quest’ultima l’enfasi non è data dal verbo della
proposizione bensì dal predicato avverbiale e/o nominale. Es. di
frase avverbiale: Ra m
pt = Ra (è) in cielo. Frase enfatica: xaa Ra m pt = è in cielo (m pt)
che Ra appare. La teoria del Polotsky ha avuto molti sostenitori ma anche
molte critiche. Queste ultime sono dovute al concetto che regole valide
per il copto possono molto probabilmente non trovare idoneo riscontro
nella lingua del Medio Regno risalente ad epoche anteriori di oltre un
millennio. Allo stato attuale la
teoria standard viene pertanto in linea di massima
accettata più che su
base allargata su base ristretta, cioè applicabile solo in determinati
casi. Uno dei maggiori
sostenitori di tale teoria oggi è il belga naturalizzato americano Leo
Depuydt (cfr. di questo autore The
Standard Theory of the ‘emphatic forms’ in Orientalia Lovaniensia
Periodica 1983. Per un approccio con questa teoria si consiglia di
consultare l’ottimo lavoro di Antonio
Loprieno: Ancient Egyptian a
linguistic introduction- Cambridge Un. Press, Cambridge
1996, . Leo
Depuydt Depuydt
insegna egittologia alla Brown
University R.I. La grammatica di questo studioso belga naturalizzato
americano risulta molto
ancorata alla Standard Therory del Polotsky. Il verbo è trattato nel
capitolo V della sua opera Fundamentals
of Egyptian Grammar I Elements ed. Frog Publishing Mass. Ogni parola
(sostantivi – aggettivi – avverbi) descrivono un aspetto statico del
pensiero e pertanto da sole non danno completezza alla frase.
Il verbo al contrario è parola che esprime movimento e pertanto da
completezza alla proposizione, alla frase. Il verbo è anche l’antitesi
dell’azione, cioè l’opposto del cambiamento (es. wnn = essere). Le
forme verbali sono parole o gruppi di parole che denotano un’istanza di
cambiamento. Che il Depuydt chiama processo. All’opposto del processo
è lo stato, l’immobilismo. Ogni processo verbale denota un
cambiamento in atto, vi è una forma verbale chiamata stativo che
denota al momento che parla il locatore un immobilismo. Uno stato di fatto
però che si è venuto a determinare a seguito di un processo
avvenuto in epoca precedente. Lo stativo
è una forma verbale del tutto particolare (molto comune nelle
lingue semitiche) che in sostanza non trova riscontro nelle lingue
occidentali. Infatti nel
mentre esprime il concetto di un verbo (es. la tavola è apparecchiata),
al tempo stesso esprime
l’idea di una assoluta staticità nel senso cioè che il quadro offerto
nella frase non è soggetto ad
un processo dinamico di evoluzione. La tavola è apparecchiata
esprime un’idea di un qualcosa di assolutamente statico e sotto
questo aspetto è né più né meno alla stregua di un nome, è come dire
tavola. Concetto di assoluta staticità ma contemporaneamente esprime la
storicità di un’azione che
si è venuta a compiere in epoca precedente. La tavola è apparecchiata ma
in epoche precedenti, non si sa quando, non lo era. Questo aspetto verbale
e nominale all’un tempo è proprio la caratteristica della forma stativa
che, tornasi a ripetere non trova una
corrispondente tipologia di espressione nelle lingue dell’occidente. Il
Depuydt scannerizza la forma verbale sotto otto punti di vista che egli
chiama dinesioni. 1 –
tipologia dei suoni e classi delle radici; 2 – concetto
di classe della radice; 3 – inflessione; 4) componenti; 5 –
negazione; 6 – voce; 7 – tempi; 8 – funzioni. L’intiero capitolo V
è dedicato all’esame di queste otto dimensioni del sistema verbale
egizio. Antonio
Loprieno Docente
di egittologia all’università di Los Angeles e di Basilea, questo
autore in un’opera estremamente pregevole
dal titolo Ancient Egyptian
– A linguistic ntroduction ed. Cambridge Un. Press, schematizza le
forme verbali in relazione al tempo ed all’aspetto, evidenziandone le
varie evoluzioni che intercorrono tra l’epoca antica (compreso il medio
regno) e l’epoca tarda (compreso il demotico e copto). Suddivide le
forme verbali in tre grandi categorie le finite,
non finite forms e lo stativo
Le forme finite possono essere trattate come frasi verbali predicative,
come frasi nominali dopo le preposizioni, come frasi aggettivali (forme
relative) ed infine come frasi avverbiali (nelle proposizioni
circostanziali). Le forme finite sono composte dal tema verbale che
scaturisce dalla radice maggiorata dai suffissi (incluso il suffisso
sottinteso Ø) seguito poi dal soggetto che può essere un nome o pronome.
Le forme non finite scaturiscono anch’esse dal tema verbale e sono le
infinitivali, le infinitivali negative e le participiali. Le forme stative
sono sempre legate a particolari pronomi suffissi e ciò che le
caratterizza in particolar modo è il fatto che oltre al pronome suffisso
in genere sono precedute dal soggetto (es.
t3 3q.w r 3w = tutta la terra è rovinata, ove t3 = la terra è il
soggetto ed il verbo 3q è legato al suffisso w). Si riporta la tabella
relativa alla morfologia verbale:
fonte
elaborata da Loprieno pag. 74 cit. op. [1] Per sintagma nominale si intende un insieme di parole composte da un nome seguito da un aggettivo (Mario ha mangiato un formaggio buono) od altro elemento che determina il nome. Il sintagma avverbiale è al contrario composto da parole che hanno il senso di un avverbio (il gatto è sulla tavola ecc.). [2] Lessema ogni unità linguistica dotata di autonomia es. radice – nome – verbo ecc. Il lessema si contrappone al morfema che è parola che serve a raccordare dei lessemi (es. preposizioni – congiunzioni ecc.). [3] Particella proclitica introduttiva del discorso intraducibile. Sta a significare che il locatore introduce un discorso reale, certo. [4] Il più diffuso è rd(j) verbo irregolare con significato di donare / dare e simili. Un elenco completo di questi verbi è alle pagg. 248-249 di G & M). Opere consultate Allen,
James P. Middle Egyptian – Betro’, Maria Carmela Geroglifici – Arnoldo Mondatori Editore; Bresciani, Edda Nozioni elementari di grammatica demotica – Ed. ETS; Budge, Sir E.A.Wallis An Egyptian Hieroglyphic Dictionary 2 vol.- Dover Publication Inc.; Budge, Sir E.A.Wallis Egyptian Language – Dover Publications Inc.; Champollion, Jean Jaques Grammaire
Égyptienne – Paris 1836 ; Collier, Mark & Manley, Bill Come leggere i geroglifici egizi – Giunti Editore; Depuydt, Leo Fundamentals of Egyptian Grammar I elements – Frog Publishing 1999; Donadoni, Sergio Appunti di grammatica egiziana – Ed. Cisalpino; Faulkner,
Raymond O. A concise Dictionary of
Middle Egyptian – Griffith Institute; Gardiner,
Sir Alan H. Egyptian Grammar – Griffith
Institute; Grandet,
Pierre & Mathieu, Bernard Cours
d’Egyptien Hiéroglyphique – Éd. Khéops ; Guay,
Michèl La langue Égyptienne
au Moyen-Âge – Québec ; Hannig, Rainer
Großes Handwörterbuch Ägyptisch-Deutsch – Philipp
von Zabern 1995 ; Johnson, Janet H. The demotic verbal system – The Oriental Institute Chicago; Johnson,
Janet H. Thus
Wrote « Onchsheshonqy » - The Oriental Institute Loprieno, Antonio Ancient
Egyptian – Cambridge Un. Press; Malaise,
Michèl et Winand, Jean Grammaire
raisonnée de l’égyptien classique - Ægyptiaca
Leodiensia; Orlandi, Tito Elementi
di grammatica copto-saidica – C.I.M.; Roccati, Alessandro Elementi
di lingua Egizia – Thélème
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