IX
il verbo
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I
- note introduttive In
una frase il verbo rappresenta la forma dinamica della medesima. Pertanto
la sua morfologia risulta in genere estremamente varia. Una
importante classificazione delle forme verbali è quella tra verbi transitivi
ed intransitivi. I primi in sostanza transitano l’azione
generata dal soggetto (cioè il verbo) sul complemento oggetto (es. Mario
mangia la mela – trattasi di verbo transitivo), pertanto questi verbi
potenzialmente possono reggere un complemento oggetto. Rifacendoci infatti
al precedente esempio, può esistere sia la forma di Mario mangia
od anche Mario mangia la mela. I verbi intransitivi sono invece
quei verbi che non possono reggere mai il complemento oggetto. Il verbo andare
è intransitivo perché non può reggere un complemento oggetto, lo
stesso può indicare esclusivamente un’azione di movimento come ad es.
Mario va a Napoli ecc. Un’altra importante classificazione che
caratterizza i verbi
transitivi è data dalla forma che può
essere attiva e passiva. Per forma attiva si intende, in
linea di massima, il verbo che esprime l’azione del soggetto agente
nei confronti del complemento oggetto. Es.: Mario mangia la mela,
ove Mario è il soggetto che agisce, il verbo rappresenta l’azione direi
dinamica e la mela è il complemento oggetto (predicato verbale). Nelle
forme passive il soggetto in tal caso chiamato paziente
subisce l’azione. Es. La mela è mangiata da Mario [1]
In relazione alla
temporalità ed al modo in cui si estrinseca l’azione verbale si hanno
altre classificazioni molto importanti chiamate coniugazioni. Nella lingua
italiana i modi ed i tempi possono così riassumersi: presente
(indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, infinito, participio e
gerundio); passato sudd. in tempi semplici e composti imperfetto, passato
remoto ecc.). Analoga considerazione va fatta per il futuro (futuro
semplice e futuro anteriore composto). Nella lingua egiziana antica le
forme verbali sovente risultano impostate in modo differente da quelle in
uso nelle lingue occidentali. Nella presente ricerca mi sono rifatto
prevalentemente alla impostazione datane dallo Allen, ritenendo la stessa
oggi la migliore e più all’avanguardia rispetto a numerose grammatiche
oramai obsolete in diverse parti, soprattutto per ciò che concerne il
sistema verbale. In sintesi le
forme verbali egizie possono così classificarsi:
rispetto alle parti del verbo:
tema verbale (radice
del verbo che in relazione alla composizione della stessa da luogo alle
varie classi verbali, cfr. par. IV); in relazione
alla chiusura del
tema (es. genere e numero
ecc.); in rel. ai suffissi, i prefissi e gli infissi (cfr. cap. X);
in relazione all’aspetto (si parla di azione completa o
ripetitiva cfr. par. II); in relazione ai modi (il sistema verbale
egizio prevede due modi: indicativo e congiuntivo cfr.
cap. X e segg.); in rel. alla voce o forma (attiva e
passiva); in rel. ai tempi (passato – presente – futuro)[2].
Allorché un verbo viene inserito in una frase esso assume una
particolare forma che gli egittologi sogliono suddividere in sei
fondamentali categorie: coniugazioni suffisse – lo stativo –
l’imperativo – i participi – le forme relative – le forme
dell’infinito. II
- aspetto Per
inquadrare bene la problematica connessa alle forme verbali, a questo
punto preliminarmente si rende
necessario approfondire il discorso concernente l’aspetto del
verbo. Questa classificazione infatti sovente ingenera confusione per chi
si accinge allo studio del verbo egiziano.
Il termine aspetto indica il genere di azione espressa dal
verbo che può riassumersi in
due classi fondamentali: azione completa ed azione ripetitiva.
Per azione completa si intende evidenziare,
al momento dell’enunciazione da parte dello speaker, se la stessa
risulta un’azione completata od in fase di completamento. Es. di azione
completata: Mario ha mangiato la mela, trattasi di azione compiuta
enunciata dallo speaker, al contrario Mario sta mangiando la mela
esprime al momento dell’enunciazione da parte dello speaker
un’azione in fase di completamento cioè non ultimata. Grandet
& Mathieu parlano di action singulatif accompli o non accompli.
L’azione verbale però può essere vista sotto un altro aspetto: in
sostanza nell’ambito della frase valutare se questa
esprima una o più azioni che si ripetono nel tempo, tale aspetto
è chiamato ripetitivo (Allen parla di “repetition” o “extension”,
Grandet & Mathieu di “action iteratif”).
Es. “Mario mangiava
la mela” evidenzia un’azione singola; al contrario “Mario mangia
tutte le mattine la mela”, questa proposizione mette in risalto
un’azione verbale esprimente una moltitudine indeterminata di azioni,
sostanzialmente tutte identiche tra di loro. Riassumendo la forma verbale
nell’ambito di una proposizione può esser vista contemporaneamente
sotto un duplice aspetto, valutare se trattasi di azione di fatto
completata o meno al momento dell’enunciazione da parte dello speaker
od anche valutare se il verbo esprima una singola o più azioni
ripetitive. Fatte queste premesse bisogna a questo punto rimarcare il
fatto che l’orientamento da parte degli studiosi nel merito non risulta
omogeneo. Mi spiego: l’Allen, Loprieno, Gardiner (con piccoli
scostamenti), per ciò che concerne le azioni “complete” parlano di
perfettivo ed imperfettivo per evidenziare se una azione, al momento
dell’enunciazione da parte dello speaker, risulti sostanzialmente
completata o meno. Donandoni, Grandet & Mathieu ed altri parlano
di “valore perfettivo” -
qualora l’azione
espressa non abbia carattere
continuato – ed “imperfettivo” – la forma verbale che sottolinei
il carattere continuato/indefinito dell’azione (forma aoristica). Tali
affermazioni sostanzialmente contrastano con l’orientamento di Allen
(per quest’ultimo ad es. l’imperfettivo
è sì azione “continuata” i.e. “ripetitiva” ma può essere
altresì un’azione incompiuta e/o in fase di completamento). Grandet
& Mathieu, come in precedenza accennato, identificano l’azione
ripetitiva (action iteratif) con la forma verbale dell’aoristo,
dissociando al contrario l’azione incompleta (non accompli) enucleandola
nell’action singulatif (forma infinitivale progressif/progressif
interne/allatif) in opposizione all’action accompli che corrisponderebbe
all’azione perfettiva degli autori anglosassoni. Come si vede vi è
notevole dissonanza tra i vari autori e questo ovviamente ingenera non
poca confusione. Nel prosieguo della presente trattazione
cercherò di “carpire il meglio” dai vari autori che, ad
opinione di chi scrive, possano sostanzialmente fornire un quadro quanto
più omogeneo e chiaro possibile.
III
- modo Un’altra
importante classificazione del verbo egiziano
è quella tra l’indicativo ed il congiuntivo. Il modo
indicativo esprime uno stato di fatto certo, indiscusso: es.
Mario mangia la mela. Trattasi di una proposizione con
predicato verbale esprimente un’azione assolutamente certa. Nel modo
congiuntivo [3]
lo speaker enuncia un’azione possibile, desiderabile o contingente.
Es. Mario potrebbe mangiare una mela (azione possibile ma non
certa), Mario vorrebbe mangiare una mela (azione
desiderabile), Mario mangerà la mela se avrà il tempo per farlo
(azione contingente). IV
- classi verbali Esistono diverse classificazioni dei verbi egiziani a
seconda delle specifiche finalità di ricerca. Giova rammentare che
ciascun autore ha direi personalizzato
il criterio di analisi e
classificazione del verbo. La diversità nel criterio di raggruppamento
delle classi verbali ha finito, sovente,
per creare difficoltà e confusione
in seno al lettore discente a livello interpretativo delle
varie forme verbali. Sulla base di queste considerazioni
ho cercato, nella presente esposizione, di sintetizzare al massimo
tali problematiche fornendo una esposizione dell’argomento quanto
più possibile scevra da criteri strettamente
nozionistici. Anzitutto c’è da dire che verbo-sostantivo-aggettivo
sovente si identificano e sta
al traduttore, all’interprete dello scritto, cercare di darne la
corretta collocazione. Funzione certamente non agevole. Si rammenti quanto
indicato nel capitolo dedicato agli aggettivi. L’aggettivo secondario è
de facto una forma
verbale, chiamata participio, infatti ad es. l’aggettivo nfr =
bello, buono, perfetto deriva dal verbo omonimo nfr che
significa “essere (o divenire) bello, buono, perfetto”. Premesse
queste considerazioni il verbo egiziano può essere ascritto in tre grandi
gruppi: a) verbi
forti;
b) verbi deboli; c) verbi geminati [4].
A sua volta ciascun gruppo si
suddivide in due sotto-classi: 1) verbi
semplici;
2) verbi causativi. A
– verbi forti Appartengono a questo gruppo i verbi che non hanno
l’ultima consonante della radice rappresentata
da una semi-consonante (j
o w) né la penultima consonante eguale all’ultima. In buona
sostanza, tutti i verbi con radice diversa
da quanto anzi indicato. Es.
B –
verbi deboli Appartengono a questo gruppo i verbi che hanno
l’ultima consonante della radice rappresentata dalle semi-consonanti j o
w.
Es.
C – verbi
geminati I verbi geminati sono quelle classi verbali che hanno
le ultime due consonanti della radice raddoppiate. Es.
1 – verbi
semplici I verbi semplici sono tutte le forme verbali
che non hanno significato “causativo”, pertanto onde ben
comprendere la differenza tra questi due sotto-gruppi si rinvia alla
spiegazione dei verbi causativi. 2 – verbi
causativi Il verbo esprime, com’è noto,
un’azione, allorché si
intenda far fare effettivamente quest’azione, si ha il verbo
causativo. Es. Il verbo bere è
un verbo semplice, il corrispondente verbo causativo è far bere.
In egiziano questo sotto-gruppo si evidenzia rispetto ai verbi semplici
dal fatto che lo stesso verbo è preceduto dalla consonante
Un’altra importante classificazione delle forme
verbali è direttamente collegata al numero
ed alla qualità delle consonanti esistenti nella radice del verbo.
Le classi verbali sono le
seguenti: -
bilitteri (2-lit) forti
–semplici, verbi che posseggono due consonanti nella radice, es.:
-
bilitteri (caus. 2 lt.) forti
–causativi, ~ che appartengono al sottogruppo dei causativi (cfr.
sopra) e che posseggono due consonanti nella radice (con esclusione,
ben’inteso della consonante causativa s). Es
-
secundae geminatae (2ae-gem.) geminati-semplici, ~
geminati (classe unica), cioè formati da consonanti raddoppiate al
termine della radice. Es.
-
causativi secundae geminatae (caus. 2ae-gem.) geminati-causativi, ~ a classe unica formati da due consonanti
raddoppiate in coda alla radice. Es.
-
secundae infirmae (2ae inf.) deboli-semplici, es. zj = andare. Questi verbi
generalmente sono inseriti nella precedente classe dei bilitteri semplici; -
trilitteri (3-lit.) forti
– semplici, ~ che posseggono tre consonanti nella radice. Es.
-
trilitteri(caus. 3-lit.) forti
–causativi, ~ che posseggono tre consonanti nella radice i.c.s.
caus. 2 lit.. Es.
-
tertiae infirmae (3-inf.) deboli – semplici, verbi che hanno la radice composta di tre
consonanti (compreso le semi-consonanti
j e w [5]
. Es.
-
tertiae infirmae (3ae-inf.) deboli-causativi, ~
che
posseggono tre consonanti compresa l’ultima debole in j o w,
con esclusione della s iniziale; -
tertiae geminatae (3ae-gem) forti – semplici, ~ che posseggono due consonanti raddoppiate
in coda e tre consonanti con esclusione dell’ultima raddoppiata. Es.: snbb
= conversare;
-
quadrilitteri (4-lit.) forti
– semplici, ~ che posseggono 4 consonanti nella radice. Es.:
-
quartae infirmae (4-inf.) deboli – semplici, ~ che posseggono quattro consonanti
(calcolando idealmente anche le due deboli). Es.
-
Quartae infirmae (4ae-inf. Caus.) deboli – causativi, tema del verbo composto da 4
consonanti compresa la ultima debole ed esclusa la s iniziale; -
Quinquilitteri (5-lit.) forti –
semplici, ~ che posseggono 5 consonanti nella radice
(piuttosto rari). Es.
-
Quinquilitteri (5-lit caus.) forti-causativi, ~ con tema a cinque consonanti esclusa la s
iniziale. Es.: snxbxb = essere costretto a
tirarsi indietro, der. da nxbxb = tirarsi indietro (quinquilittero
semplice). Esistono poi due forme di verbi
anomali: rdj = dare che ha due temi praticamente
aventi lo stesso significato dj e rdj
nonché jwj e jj = venire / tornare. [1] Nelle grammatiche anglosassoni la voce attiva e passiva è vista in maniera leggermente difforme. La forma attiva (active voice) è caratterizzata dalla identità tra il soggetto e il cosiddetto agente. Es.: Mario mangia la mela – Mario è il soggetto della proposizione ma al contempo è altresì colui che esprime l’azione del verbo. Nella forma passiva i linguisti anglosassoni tendono a differenziare nettamente il soggetto dall’agente. Es. la mela è mangiata da Mario – ove la mela è soggetto e Mario risulta essere l’agente. Nella lingua italiana la figura dell’agente chiamasi soggetto paziente. [2] Come acutamente osserva il Donadoni (cfr. pagg. 51/52) i tempi sono “assai imperfettamente determinati” e pertanto non assumono particolare importanza nel contesto di una frase. Gli studiosi insistono al contrario essenzialmente sul modo e l’aspetto del verbo (questi due aspetti del verbo risultano essere due elementi fondamentali nella interpretazione di una frase). [3] Il modo congiuntivo include de facto anche il condizionale. [4] Dal latino geminatus-a-um dal significato di raddoppiare. [5] E’ bene precisare che tutti i verbi deboli, cioè come visto con radice che termina per j o w , in realtà non riportano mai materialmente nella scrittura i due segni (j o w). Trattasi in sostanza di una ricostruzione teorica. Questo il motivo per cui vengono chiamati in egittologia “verba infirmae (tertiae-quartae) infirmae”, aggettivo latino che sta per debole. Le due consonanti in questione vengono pertanto chiamate dagli egittologi altresì consonanti deboli. Per quanto in precedenza accennato un verbo che termini “graficamente” con le anzi descritte consonanti non è pertanto verbo debole. |